BUON NATALE E BUON ANNO DALL'ARMATA BRANCALEONE E DAL COM. BARACCA
CI RIVEDIAMO A GENNAIO!!!
lunedì 17 dicembre 2012
domenica 16 dicembre 2012
La caduta di Minosse
Ho sempre sostenuto che il rogo sia il modo migliore di
redimere gli infedeli e gli eretici, ed il Signore ha voluto darne una conferma
anche agli increduli: abbiamo arso lo scellerato Fratello Giocondo, e subito è
comparsa la sua copia perfetta nell'aspetto, simile nello spirito, ma animata
da spirito e zelo cristiano! Come non si può scorgere il disegno divino in ciò?
Fratello Ruggero avrebbe addirittura voluto uccidere
Drakonis Papadopulus, il messo che Minosse ci aveva mandato per chiederci di
andare da lui, nella sua città assediata, a discutere di pace; ma poi le sue
parole illuminate, la sua professata fede cristiana, la sua volontà di
rovesciare il pagano ci convinsero. Certo, avrebbe dovuto scegliere il
martirio, come ogni buon cristiano, invece di piegarsi ai riti pagani imposti
dal tiranno dell'isola, ma allora non era ancora redento, redento dal rogo del
suo alter ego – perché non può non esserci un legame fra i due. Io decisi
addirittura di benedire il coltello di Drakonis, per testimoniare la sua nuova
vita fra i fratelli in fede.
Fratello Ruggero nutriva qualche diffidenza, del tutto
giustificabile sul piano bellico, mentre Antonio Maria Accobelli addirittura
fornì di nascosto un fucile a Drakoins, come fu scoperto da Matteus durante il
viaggio verso Cnosso.
Benché Drakonis avesse parlato di un passaggio segreto (che
sarebbe poi l'antico Labirinto, a suo dire ancora abitato dal Minotauro –
probabilmente il frutto di qualche blasfemo rito magico), decidemmo di entrare
in Cnosso dalla porta principale, come ambasciatori. In verità, avremmo voluto
chiedere a Minosse di uscire, ma – com'era prevedibile – rifiutò. Decidemmo di
entrare lo stesso, in dieci, pur fiutando una trappola: Minosse, però, non
considerava che Iddio era con noi.
Io, Fratello Ruggero, Lotar Matteus (ora nominato secondo),
Antonio Maria Accobelli e Drakoins fummo ammessi alla presenza di Minosse, dopo
aver lasciato le armi da fuoco all'ingresso della stanza. Il tiranno pagano
sedeva su un trono posto al vertice di una scala, alla cui base era incatenato
un essere mostruoso, mezzo uomo e mezzo toro. Intorno a lui, oltre ad alcune
guardie, danzavano donne lascivamente abbigliate. Ciò che più attrasse la
nostra attenzione fu, però, la maschera con cui Minosse si copriva il viso: recava
impressi gli stessi segni che avevamo trovato sul medaglione che serviva a
controllare i morti, e subito capimmo che era tramite essa che tutti i morti
dell'isola erano tenuti sotto controllo. Distruggerla avrebbe provocato il
caos, anche per le vie della città, vigilate da morti e – come avevamo notato
percorrendole – in gran parte minate per scongiurare un attacco.
(A dire il vero, non escludo che per qualcuno di noi ciò che
più attrasse l'attenzione fossero le donne lascivamente vestite.)
Minosse, in realtà, non voleva parlare di pace, ma di
corruzione: ci offrì donne avvenenti e ricchezze purché lo lasciassimo sul
trono, ma noi siamo vincolati al voto di castità e povertà, e non avremmo
saputo che fare di quelle offerte. Fratello Ruggero rifiutò fieramente: l'unica
offerta possibile era la resa in cambio della vita di Minosse stesso.
Di fronte alla nostra fermezza, il folle tiranno, come
dimentico dell'assedio, volle provare ad ucciderci, scatenando il Minotauro e
le sue guardie, ma noi eravamo pronti a tale evenienza, ben conoscendo
l'infingardia che alberga nel cuore degli infedeli, e reagimmo. Io lanciai con
precisione il mio rosario (che conteneva una granata NdA) contro Minosse, ma
uno dei suoi schiavi fu pronto a lanciarsi davanti a lui, finendo sbriciolato
in sua vece. Intanto, Fratello Ruggero si occupava del Minotauro: benché
intontito da un poderoso pugno della bestia, forte al punto da spezzargli
l'elmo, riuscì a reagire con un memorabile colpo di spadone che recise di netto
la testa della creatura. Minosse, compreso che in me albergava la protezione
del Signore e certo impaurito dallo Stocco Pontificio che pendeva al mio
fianco, provò ad eliminarmi, probabilmente considerandomi il più pericoloso.
Provò a lanciarmi una delle sue maledizioni, ma nulla possono le magie blasfeme
contro chi è benedetto dal Signore: riuscì giusto a bruciarmi gli abiti,
lasciandomi ignudo (promemoria: la prossima volta, benedire anche gli abiti, o
almeno le mutande).
Intanto, Drakonis si era allontanato con un scusa, e
compariva portandoci le armi da fuoco: Antonio Maria Accobelli imbracciò il suo
San Michele Mitragliere e con una raffica precisa spezzò maschera e testa di
Minosse. Improvvisamente, i morti di guardia cominciarono a trascinarsi privi
di volontà come simplices, e non ci fu difficile sopraffarli. In breve, io con
il mio Stocco e Fratello Ruggero con il suo spadone avemmo definitivamente la
meglio sul Minotauro.
Non ci fu bisogno di lottare con le guardie ed i soldati:
anzi, illuminati dal Signore, gli uomini e le donne di Creta furono ben lieti
di poter abbracciare la veda Fede, di abbandonare la pagania e di soggiogarsi
all'illuminata guida del Sanctum Imperium. In breve, la città fu anche libera
dai morti.
Ancora una minaccia incombeva però su Creta: quella dei
pirati Turchi acquartierati in Spinalonga. Stando a quanto Drakonis aveva
origliato da alcune guardie, essi erano d'accordo con Minosse per aggredire le
nostre forze nottetempo, ma la mattina venne senza disguidi: forse, attendevano
un segno.
Di certo, per liberare del tutto l'isola avremmo dovuto
affrontarli presto. Intanto, però, la bandiera della Santa Croce sventolava su
Cnosso, sulla nostra fortezza, su tutta l'isola. Era tempo di una grande Messa
celebrativa, per ringraziare Iddio della conquista.
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mercoledì 28 novembre 2012
Arrivederci Adolf, ora vivrai in me!
Da tempo sento la sua presenza.
Devo vederlo. Grazie mio Dio per avermi dato questa occasione.
Creta sta per cadere sotto il
controllo di quelli che chiamiamo i liberatori. Il mio signore Minosse sta per
perdere il suo trono, i sui morti e le mostruosità sotto il suo potere sembrano
non essere sufficienti a fermare le truppe italiche che alcuni di noi chiamano
ospitalieri. Tra di loro c’è un essere speciale, uno come me! Un essere turbato
dal suo stato, che a fatica trattiene i suoi io. Non conosco il suo nome o
meglio dire i suoi nomi.
Devo incontrarlo.
Sarebbe la prima volta che potrei
conoscer un mio simile, un uomo tatuato con un numero sul petto. Forse potrei
scambiare la mia esperienza o meglio la nostra. Il rischio di recarmi al forte
degli italiani è grande, anche se conosco la loro lingua senza sapere come l’ho
imparata.
La fortuna però sembra girare dalla mia parte, Minosse
conosce il mio potere, sa le mie abilità innate e ha deciso di farmi chiamare a
palazzo per una missione. Anche se non amo il mio signore l’occasione è
ghiotta. Entro in città da un passaggio segreto che gli italici non hanno
ancora scoperto, evito sia il fronte ospitaliero che i controlli dei militari
cretesi, anche loro sono all’oscuro del tunnel.
Arrivo a palazzo e i consiglieri di corte mi consegnano un
manoscritto per trattare una tregua e l’alleanza, devo consegnare il messaggio
e farlo accettare se così non fosse sono minacciato di morte, minaccia che
sarebbe subito applicata se mi rifiutassi di andare.
Come ambasciatore mi viene facile raggiungere il forte,
vengo scortato da soldati italici stupiti per il mio accento pugliese.
Ormai vedo il forte e le bandiere pontificie. Ad un tratto
sento il mio corpo bruciare. Un calore e un dolore tremendo mi colpiscono.
Crollo a terra e perdo i sensi, sento le voci dei soldati, ma non riesco a
reagire. Vedo me stesso bruciare al rogo, ma capisco di non essere io. Uomini
tristi pronunciano i suoi nomi alcuni lo chiamano Baracca, altri Giocondo,
altri Adolf.

Riprendo i sensi, capisco i problemi di quel uomo e mi
sorprendo delle sue moltitudini, tutti Loro sono in me e si aggiungono agli
Altri.
Sono arrivato tardi, ho fallito. Beffarda è la sorte.
Forse è un disegno di Dio e io come sua pecorella devo ringraziare per il dono
ricevuto.
Nel forte tutti mi guardano stupefatti, quattro uomini
arrivano a me, uno si chiama Ruggiero. Non posso dirgli cosa so. Appena mi
vedono mi chiamano come sospettano Giocondo, ma devo deluderli e spigargli di
essere Drakonis Papadopulos.
Ruggiero vorrebbe uccidermi perché non crede alle mie
parole(minchia che ruffiano), io lo posso capire e come ci insegna il Signore
nostro Dio devo saper perdonare. La non conoscenza può rendere ciechi e deboli.
Capisco cosa prova, capisco che ha perso un amico, per fortuna sua ora sono qua
e potrò colmare il suo dolore.
Non ho interesse di tornare da Minosse, anzi vorrei
liberare questa terra. Lui si crede l’altissimo, ma non conosce la statura di
Dio.
martedì 27 novembre 2012
L'ultima missione di Baracca
Quasi un mese di arresti domiciliari dopo (mentre la
campagna per la presa dell'isola procedeva di successo in successo, e il
sedicente Minosse era messo alle strette), finalmente un Santo Tribunale
Inquisitorio si stabilì a Creta per riportare il Vero. Lo attendevo con la
fiducia dei giusti, e ne avevo ben donde: esso non solo stabilì il vero, ma mi
permise anche di spiegare la mancata esplosione del Connestabile al colpo di
Stocco Papale.
Io, Fratello Giocondo, Fratello Ruggero, il tedesco Lothar e
Accobelli sedevamo al banco degli imputati; quest'ultimo, si incaricò anche di
difenderci. L'Inquisitore, Sua Eccellenza don Claudio, iniziò subito gli
interrogatori, chiedendo a Lothar perché fossimo armati ad una cena, e
Accobelli cominciò a dimostrare la sua virtù argomentativa, spiegando che era
una norma di sicurezza tenersi sempre pronti in zona di guerra. E così, guidato
dalla voce del Signore che giuda infallibilmente i Giusti nella propria difesa,
ribatteva ad ogni domanda, come uno Scudo di Fede, e quando io rivelai che
eravamo inviati del Sant'Uffizio, mandati a smascherare un infiltrato
nell'Ordine, individuato nel Connestabile (come provava il cavallo nero tatuato
sulla spalla, segno degli affiliati ai Decussi), la partita sembrava vinta.
Almeno, fino a quando si parlò di Fratello Giocondo.
A questo punto, Sua Eccellenza l'Inquisitore (dopo aver
senza difficoltà mostrata l'instabilità mentale del soggetto, anche con alcune
registrazioni che ne mostravano le possessioni e la testimonianza delle “mogli
di Minosse” da lui molestate) ci mostrò delle foto inequivocabili, che
mostravano Fratello Giocondo intento a darsi al buon tempo con avvenenti e
disinibite fanciulle (il che non era difficile a credersi), ma anche in
compagnie compromettenti: spie del Quarto Reich. Altre carte testimoniavano che
aveva mandato continue informazioni su Malta a tali emissari dell'eretica
potenza germanica.
A nulla valse che Antonio Maria Accobelli ricordasse le
prove di valore dimostrate da Fratello Giocondo; a nulla il disperato
intervento di Lothar: come è giusto, l'Inquisitore condannò il reo al rogo.
Noi tutti fummo, invece, dichiarati innocenti, ed io anzi
menzionato con merito e ufficializzato come Cappellano Militare dell'Ordine
Ospitaliero.
Sarà dura redimere questi poco pii fratelli, ma il Signore
mi darà la forza.

La sera stessa, il suo corpo mortale ardeva sul rogo. Che
Dio accolga la sua anima fra i giusti. Anzi, le sue anime. Dopo la giusta
permanenza in Purgatorio. Anche se dubito che lo farà.
Il mattino dopo, un messo di Minosse veniva a chiedere pace
e collaborazione, proprio mentre da Malta ci segnalavano che una nave era
sbarcata sulle coste; una nave guidata da una Mummia, un morto (apparentemente)
di cinquemila anni prima. Assurdo e inconcepibile!
Ma non solo quello che accadeva a Malta e in Egitto era
incredibile. Ricevemmo il messo: era del tutto uguale a Fratello Giocondo.
sabato 24 novembre 2012
Il traditore
Imperscrutabili e misteriose sono le vie del Signore, eppure
infallibilmente conducono al Bene: da stolti e peccatori è dubitarne anche per
un solo momento, come mostra la vicenda che ci occorse dopo aver scoperto che
il Connestabile, sotto i panni della massima autorità ospitaliera, celava
un'identità di Decusso Sanguigno. Ci invitò a cena, provò ad avvelenarci, per
poi lanciarsi, sguainata la spada, contro me, Fratello Giocondo e Fratello
Ruggero, che eravamo debilitati, ma non piegati dal nefando intruglio che ci
aveva propinato nei piatti e nel vino – ed al quale, come appurammo in seguito,
si era reso immune con la lenta assuefazione.

Invece, lo ferii appena e la mia arma ruzzolò via: per un
attimo temetti di aver colpito un giusto, altrimenti non si sarebbe spiegato lo
strano evento, ma poi mi sentii rassicurato in cuor mio, e continuai la pugna.
Il Connestabile reagì, aprendomi un grande squarcio nel ventre, di cui porterò
a lungo la cicatrice. Mi gettai sotto il tavolo, dove sapevo di trovare una
nuova arma: la Mitragliatrice Consacrata di Accobelli (il quale intanto
continuava a schiumare sangue).
Sentii Ruggero e Giocondo che si gridavano l'un l'altro di
non uccidere le guardie intervenute, che nulla sapevano dell'eresia del loro
capo, e che solo eseguivano degli ordini.
Sentii l'urlo di Ruggero e Giocondo che venivano feriti.
Vidi pezzi di guardie tranciati di netto dal corpo dai colpi
dei due confratelli.
Intanto, avevo trovato la Mitragliatrice Consacrata. Non
avevo mai usato uno di quegli arnesi, ma ero sicuro che i simboli sacri
avrebbero guidato la mia mano, così uscii da sotto il tavolo e premetti il
grilletto. Anche se si è sostenuti dalla Mano dell'Altissimo, non è facile
tenere salda una mitragliatrice mentre spara raffiche di colpi, ma tuttavia non
ferii nessuno dei miei amici e distrassi il Connestabile (già malfermo per il
colpo di Stocco Papale), dando modo a Fratello Ruggero di finirlo con un colpo
possente del suo spadone.
Recuperai lo stocco, e lo conficcai ripetutamente nel corpo
del Connestabile, accusandolo di eresia.
In quel momento, entrarono le altre guardie.
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mercoledì 21 novembre 2012
Il Serpente nel Sacro seno della Chiesa
Guardati dai pagani, dai nemici esterni della Chiesa, certo,
ma non dimenticare che i più temibili nemici della Fede si nascondono nel suo
seno, come ben sa da secoli la meritoria istituzione della Santa Inquisizione,
che tanti eretici ha giustamente arso vivi. La Chiesa moderna non è da meno.
Fieri dell'aiuto concessoci dall'Altissimo nella nostra
impresa di liberazione degli Ospitalieri imprigionati, tornammo al campo con un
peso aggiuntivo: Fratello Giocondo, forse in ossequio alle sue parti meno
nobili, aveva anche catturato le avvenenti meretrici che avevano indotto sulla
via del peccato i nostri militi e poi li avevano addormentati per agevolare
l'ingresso al forte dei pagani. Tuttavia, devo ammettere che non sbagliò fino
in fondo: avremmo potuto interrogarle. Fratello Ruggero poté, infatti, parlare
con una di loro, che sembrava esserne la guida e che sapeva esprimersi in
italiano. Certo, non fu facile: Fratello Giocondo era troppo interessato,
riguardo alle donne, a particolari e dettagli che esulavano da quelli
prettamente attinenti alla tattica di guerra per liberare l'isola dalla
pagania. Fu necessario tramortirlo con i possenti pugni di Fratello Ruggero
(che Dio gliene renda merito).
Le meretrici si qualificarono come “mogli di Minosse”:
sposate con cretesi, erano anche concubine del sessantenne dittatore infedele,
a loro dire perché altrimenti la loro famiglia sarebbe stata sterminata (ma non
sembravano particolarmente pentite). Fratello Ruggero promise loro che non le
avrebbe punite, se ci avessero dato tutte le informazioni utili a liberare
l'isola dal flagello pagano. Esse acconsentirono, ma non potemmo parlare: le
sentinelle corsero ad avvertirci che stavano arrivando ben venti navi battenti
bandiera cristiana, con in testa una Galeazza guidata addirittura dal Gran
Contestabile in persona! Bisognava accoglierlo, e così Ruggero ordinò che le
donne fossero piantonate in Chiesa (scoprimmo in seguito che Fratello Giocondo
riuscì egualmente ad importunarle, eludendo la sorveglianza).
Il Contestabile si dimostrò subito una persona priva di ogni
scrupolo religioso: accettò il patto che avevamo stretto con i tedeschi, ma
volle che le donne fossero uccise (e questo era comprensibile) dopo che i
militi si fossero presi diletto con loro (e questo era peccato!). In pratica,
Ruggero era esautorato, e Fratello Giocondo meditava una liberazione delle
meretrici, che io stesso mi trovai ad incoraggiare.
Ebbene sì, la incoraggiai. Antonio Maria Accobelli aveva
infatti interpretato un messaggio cifrato nascosto dal nostro informatore a
Malta (e che probabilmente era stato ucciso proprio per questa scoperta): il
Gran Contestabile era un eretico, un infiltrato dei Decussis Sanguigni! Lo
provava il tatuaggio dell'organizzazione che portava sulla spalla, oltre ai
suoi ordini peccaminosi. Non c'era altra possibilità che ucciderlo, e così ci
risolvemmo a fare io e Antonio Maria Accobelli, e ci avrebbe molto aiutato la
confusione causata da una fuga che – se fosse stata organizzata da Fratello
Giocondo – sarebbe sicuramente stata scoperta. Ubi maior, minor cessat.
Tutte le nostre trame, i nostri piani furono mandati in fumo
dall'azione del Contestabile: spesso il Maligno opera rapidamente nelle sue
azioni, che però non sempre vanno a buon fine. Egli invitò me, Antonio Maria
Accobelli, il colonnello tedesco con il suo secondo Matthaus, nonché ovviamente
Fratello Ruggero con il suo secondo Giocondo ad una cena privata. Lo osservai:
mangiava lo stesso cibo che ci veniva servito, così anche se non mi fidavo di
lui ne assaggiai egualmente, immaginando che le insidie sarebbero arrivate da
altre parti. Invece, improvvisamente
Antonio Maria Accobelli e Matthaus cominciarono a vomitare sangue, caddero come
morti con il volto nel piatto. Anche io non mi sentivo bene, e ho la netta
impressione che lo stesso provassero Fratello Ruggero e Fratello Giocondo. Il
Contestabile balzò in piedi tenendosi la pancia, ma troppo arzillo per essere
veramente avvelenato, accusando a gran voce il colonnello tedesco, al quale
sparò un colpo alla tempia. Intanto chiamava le guardie: due ospitalieri
entrarono di gran carriera.
Come aveva potuto avvelenarci senza avvelenare se stesso? In
quel momento, non era tempo di interrogarsi, ma solo di sguainare lo stocco e
difendersi: dovevamo lottare per le nostre vite, poi ci saremmo scagionati.
Ma per scagionarci, dovevamo sopravvivere.
Sguainai a fatica lo stocco: spero che il Signore ci venga
nuovamente in soccorso contro questi nuovi, più infami Suoi nemici.
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domenica 18 novembre 2012
Il quarto d'ora Ospitaliero...
Calpestiamo l’erba e guardiamo da
questo spalto, che la natura ci offre, l’accampamento nemico che sarà il teatro
del quarto d’ora ospitaliero. Scendono sul campo di battaglia :
Karl Arbenz, Muetzell, Kreuzer,
Eusebio, Romeo, Valentino, Don Matteo Tommaso del Torchio, Antono Maria e Lothar
Matteus guida la compagine CAPITAN RUGGERO. Il dodicesimo uomo, ultimo ma non
per importanza, è il capitan Baracca che prima che gli venisse posta la domanda
si offre volontario di portarsi in avanti aggirando la difesa avversaria sulla
fascia per piazzare le sue bordate ed essere decisivo per la vittoria del gruppo. Con lui
si affianca anche il germanico Matteus uomo
coriaceo e possente con grandi doti di velocità e senso tattico.
Volontario per il segnale è Antonio Maria che con un colpo duro ma preciso mette fuori gioco il capitano avversario, tale gesto è come uno squillo di
tromba:inizia il quarto d’ora ospitaliero.
I due eroi, primi sul fronte
d’attacco, sparano mine che aumentano la confusione che regna in campo. Cadono
gli avversari ai interventi duri.
Capitan Ruggero e don Matteo
avanzano, il primo travolgendo gli avversari l’altro non si sa perché ma in
tali situazioni gli schemi saltano. Alla regia, Antonio Maria apre varchi sui
nemici.
Ciò che era impossibile è realtà, non conta il numero, non contano le tattiche, non contano le dimensioni degli
avversari è il cuore che fa la differenza, è il gruppo che fa la forza.
La partita è vinta.
Tutti i compagni sono con noi.
La serata si chiude con il motto:
“l’importante è che vinca l’amicizia”
sabato 17 novembre 2012
Lode al Signore, che ha vigilato su di noi...

Ed è stato un onore essere io, il misero Servo del Signore
Don Matteo, ad essere strumento di tale Salvezza.
Nella notte, come angeli vendicatori, siamo piombati sul
campo dei pagani. Io, brandendo il mio stocco pontificio, accompagnato da
Fratello Ruggero e, soprattutto, dall'armatura della Fede, mentre gli altri,
tedeschi e templari, prudentemente si tenevano indietro, quasi timorosi e quasi
inattivi, salvo esplodere dei proiettili comunque utili a creare confusione nel
campo nemico.
Ma io correvo, correvo avanti. Eravamo due, due contro
cento, e so bene che ben poco avremmo potuto se non fosse stato per il Signore
che lanciava i suoi strali dal cielo: ad ogni colpo di stocco, un nemico, morto
o vivo, cadeva, esplodeva, a volte bastava un semplice mio anatema perché un
fulmine del Signore che vigilava su di noi lo facesse ardere!
Le schiere dei pagani si aprivano dinnanzi a noi come acque
davanti a Mosé, ed io correvo sicuro verso la mia meta, anch'essa indicata da
Iddio, usando questa volta come strumento Antonio Maria Accobelli, che si era
reso conto che i molti morti presenti nel campo (a partire dai cani bicefali,
chiaramente dei Feros) erano controllati da un solo uomo, con l'aiuto di un
medaglione. Ebbene, con un colpo preciso e guidato dall'Altissimo( più che
altro dal tarocco del Carro,ndr), aveva ucciso il portatore dell'oggetto
maledetto: in quel preciso momento, nel campo pagano si era scatenato l'inferno
(chiaramente figura di quello eterno, che attenderà quelle anime prave, dedite
al blasfemo Minosse ed ai suoi culti): i morti si erano rivoltati contro i vivi
e, com'è nella loro natura, bramavano la carne di ogni essere umano la cui
anima non ha ancora lasciato il corpo.
Così, io e Fratello Ruggero ci eravamo lanciati nella
mischia: con le nostre parole di Fede, con il nostro coraggio, e soprattutto
con la forza infusa dalla vista del Santo Segno che recavo meco, incitammo gli
Ospitalieri imprigionati alla lotta, a liberarsi, a lottare contro i carcerieri
per guadagnare la libertà. Pieni di Speranza e Fede, avrebbero voluto
affrontare a mani nude i morti ed i nemici, ma noi consigliammo loro la
ritirata: ci sarebbe stato modo e tempo per una piena vendetta. Noi
continuammo: dovevamo recuperare il medaglione, prima che qualcuno dei pagani
potesse trovarlo e riprendere il controllo sui morti. Provò ad impedircelo un “Titano”
- come i blasfemi chiamano un mostruoso colosso formato da pezzi di
innumerevoli cadaveri - , ma quando lanciai un lungo anatema contro di lui
(restando immobile per una ventina di secondi, per il check di terrore fallito,
ndr), l'essere cominciò ad esplodere a partire dalla testa, ed anche Ruggero
diede il suo contributo di danno con la sua possente spada, pur subendo lievi
ferite. Ci si parò davanti un cane bicefalo, ma lo infilzai con il mio Sacro
stocco, ed il Signore lo fece saltare in aria in pezzi.
Vidi il cadavere di colui che aveva controllato i morti:
stava già agitandosi, ma riuscii a strappargli il medaglione. Un attimo dopo,
Ruggero lo tagliava in due con un colpo di spada.
Ci ritirammo: che morti e pagani (e quindi morti agli occhi
di Dio) si scannassero fra di loro.
domenica 28 ottobre 2012
Le accattivanti donne di Creta
Quando ero giunto a Malta, subito avevo dubitato della fede
di molti degli Ospitalieri, e lo stesso Convento della Rasata destava sospetti:
puntualmente, il Signore ha usato le stesse inclinazioni al peccato per perdere
chi a loro era soggiaciuto.
La mattina dopo l'incontro con i Germani, Fratello Ruggero
si mosse per incontrare i nuovi alleati con alcuni medici e pochi fidati, fra i
quali spiccava Fratello Giocondo (più che fidato, non sarebbe stato fidato
lasciarlo al forte); andammo anche io e Antonio Maria Accobelli, nella speranza
di riportare all'ovile le pecorelle smarrite teutoniche.
Il viaggio proseguì senza problemi particolari: incontrammo
il Colonnello ed alcuni soldati nello stesso luogo dove li avevamo trovati il
giorno precedente ed essi ci guidarono nel loro baluardo segreto, un villaggio
ben nascosto e ben fortificato. Nonostante temessero imboscate da parte di cani
morti tricipiti (orrori creati dal fantomatico Minosse) o dai sagittiferi
sudditi del pagano, arrivammo senza problemi.
Nel corso della serata, mentre i medici curavano alcuni dei
soldati, guadagnammo la fiducia dei tedeschi; Accobelli, oltre alla fiducia,
guadagnò anche un'eccellente arma, un Sturmgewehr 44 di fattura tedesca, che
decorato di emblemi sacri avrebbe di sicuro contribuito alla diffusione della
Fede.
La mattina dopo, ripartimmo alla volta del forte,
accompagnati da una ventina di Germani.
Giunti al punto di osservazione, notammo una funesta spira
di fumo levarsi dal forte. Corremmo: la porta era stata divelta, orme mostruose
si trovavano nel cortile. Nessuno dei nostri sembrava essere rimasto, benché
pochi fossero di resti di morti. Tra questi, spiccava il Priore lasciato da Ruggero
al comando del forte: era stato crocefisso.
Del resto, anche degli invasori non c'era traccia. Ci
mettemmo alla ricerca di eventuali sopravvissuti, e finalmente ne trovammo uno,
nell'antica cripta dove era stato sepolto il Peloponnesiaco Morosini. Egli era
ferito, condannato alla morte, ma riuscì a raccontarci l'agghiacciante storia
della caduta del forte: donne avvenenti, figura del peccato e del Demonio, si
erano presentate alle porte, implorando di essere lasciate entrare. Invece di
cacciarle con vilipendio, o almeno di rinchiuderle in una sala, i militi
cedettero ai desideri dei sensi e si diedero al buon tempo con esse. Mal gliene
incolse! Le meretrici versarono veleno o sonnifero nelle bevande, poi aprirono
le porte dall'interno ai loro alleati, ed anche ad un essere mostruoso,
composto di molti morti quasi fusi assieme, che seminò la devastazione nel
forte. Non era il solo abominio: c'erano i temuti cani a due teste, morti, ed
altri esseri mascherati che non cadevano nonostante gli spari, quelli che i
Germani chiamavano gli Immortali: probabilmente, morti controllati dal Demonio
Minosse. Quasi tutti gli Ospitalieri, però, non erano stati uccisi, ma
imprigionati e portati via.
In tutta questa devastazione, il Signore volle mandare un
segno, un incitamento a non desistere, a credere in Lui. In punto di morte,
dilaniato dal dolore, il milite si dichiarò pentito di aver soggiaciuto ai suoi
istinti peccaminosi: se c'è lo spiraglio del pentimento, tutto è possibile. Lo
assolsi.
Poi impugnai un ancora più tangibile segno del volere
divino: lo Stocco Papale, sacra arma che si trovava incistata nelle mani
dell'antico Doge e difensore della cristianità, e che ora per decreto del
Signore passava nelle mie mani, per una nuova lotta Santa. Egli ci indicava la
via: non bastava la Fede, non bastava la forza, ma forza e Fede dovevano unirsi
nella riscossa! Levai alta la mia arma: con essa, e con l'ausilio di
mitragliatrici, bombe, cannoni, shotgun e autoblindo avremmo liberato l'isola!
Così mi diceva il cuore!

Anzi, tutti, Ospitalieri ed eretici, chiesero di partecipare
alla missione più pericolosa, la liberazione dei confratelli: la scelta non fu
facile. Alla fine, Fratello Ruggero e il Colonello scelsero una piccola truppa
di una decina di valorosi: fra costoro, io con il mio stocco, Antonio Maria
Accobelli con il suo mitra, Fratello Giocondo con le sue bombe e le molotov che
preparò all'uopo.
Partimmo a marce forzate, confidando che una truppa di
centinaia di uomini, con almeno cento prigionieri e un mostro al seguito, non
potesse che marciare lentamente. Li raggiungemmo a notte, mentre erano
accampati.
Ricordate quando ho scritto che il Signore concede a chi si
fida di lui l'opportunità del riscatto? Non è detto che costoro si salveranno,
ma non moriranno in catene: nella peggiore delle ipotesi, lottando contro i
pagani per la Cristianità, mentre cercheremo di liberarli.
Non c'è modo migliore per accedere al Paradiso.
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martedì 23 ottobre 2012
Sia fatta la tua lode...
Rinfrancato lo spirito dei soldati con la predica, la
benedizione, i sacri decori e le messe (inspiegabilmente Fratello Ruggero
impedì di cantare la nostra letizia e lode ad Iddio suonando le campane), era
tempo di uscire per una ricognizione, anche perché un riflesso ci aveva
rivelato di essere osservati. Ma io ero fiducioso: se ci osservavano, dovevano
essere senzienti; se erano esseri senzienti, dovevano essere vivi; se erano
vivi, avrebbero potuto essere tedeschi, dunque cristiani e potenziale aiuto
contro i turchi. Dovevamo però accertarci che non fossero infedeli.
Ruggero, Giocondo, io e Accobelli (per portare la Parola del
Signore) ci avviammo con sei soldati verso il luogo dove avevamo visto balenare
il riflesso.
Ai nostri strateghi militari non venne in mente che chi ci
aveva osservato potesse presidiare la zona, e pochi minuti dopo essere arrivati
avevamo una decina di fucili puntati contro ed un uomo anziano, con una divisa
tedesca da colonnello, che avanzava verso di noi. Il Signore, però, aiuta chi
combatte per la Sua gloria: le intenzioni dei tedeschi non erano ostili.
Certo, erano eretici protestanti, tanto è vero che non
mostrarono il dovuto rispetto per la mia autorità, preferendo conversare con
l'autorità militare, nella persona di Fratello Ruggero. Costoro sembravano
all'oscuro di cosa fosse accaduto negli ultimi anni fuori da Creta, e bisogna
ammettere che Ruggero fu abile a guadagnarsi la loro fiducia e la loro
alleanza. Si trattava, infatti, dei paracadutisti tedeschi qui venuti a
conquistare l'isola prima del Gran Giorno: truppe sceltissime, che, avendo
combattuto per la propria vita per lunghi anni su quel suolo, conoscevano a
menadito ogni anfratto di Creta.
Apprendemmo da loro che i Turchi non erano l'unico problema
di Creta: proprio nell'antica città di Cnosso si era sistemato un folle pagano,
che si faceva chiamare Minosse e pretendeva sacrifici. Ciò che più era strano,
però, era che i morti non attaccavano la comunità che si era raccolta intorno a
lui: questa è virtù degli inviati di Satana, proprio come quello che gli
Ospitalieri avevano trovato a Malta, e che faceva addirittura collaborare
uomini e morti sottoposti al suo volere. Un avversario duro, da affrontare – a
quanto si diceva fra le truppe – con grandissima cautela e solo dopo essersi
assicurati che Fratello Giocondo fosse impegnato altrove.
Con i tedeschi, prendemmo l'accordo di rivederci il giorno
successivo: noi avremmo fornito loro un medico e medicine, loro un sostegno
bellico per la ripresa di Creta. Ci sarebbero stati utili, così come noi lo
saremmo stati a loro e, ciò che più conta, forse saremmo riusciti a farli
ravvedere dal loro errore, riportandoli fra le fila della Santa Romana Chiesa.
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domenica 21 ottobre 2012
Il convento della Rasata
Avevamo appena liberato Malta e i
miei molti me capirono che l’isola doveva essere risollevata.
A quel punto un concilio interno
si scatenò in me.
L’idea di cosa fare fu
dell’inqusitore Angelo Demort che propose un convento di clausura dove
sarebbero stati rieducati con la tortura e il rigore tutti gli abitanti della
nuova Malta. A tutti noi piacque l’idea del convento e in alcuni casi della
tortura, ma per il resto decidemmo di far tacere Angelo anche perché i suoi
deliri educativi erano troppo rigidi e dall’isola sarebbero tutti fuggiti
oppure pregato che ritornassero i morti.
Jean Paul Bonton ebbe la grande
intuizione, non capimmo mai se era mosso da altruismo o i sui motivi erano
altri, ma fummo estasiati da cosa disse. Il convento doveva essere riempito con
tutte quelle facciale di età compresa tra i 20 e 35 anni che nel Santum
Imperium avevano certi problemi con l’inquisizione oppure facevano certi
“lavori”che la Chiesa non approvava. In pratica avremmo risolto il problema in
patria e rallegrato un po’ l’isola. Bonton diede inoltre dei precisi canoni
estetici per la scelta delle pecorelle smarrite. Alcuni di noi capirono subito
altri ci arrivarono solo dopo…

Salì quindi in cattedra Otto Von
Rokken ed ebbe l’illuminazione, rasare il cranio a delle donne era un delitto,
quindi propose la rasatura di un’altra zona del corpo e con il materiale
ottenuto si sarebbe avuto un prodotto che avrebbe tirato più di una mandria di
buoi.
La riunione finì con un URRA e
applausi!
Nel primo mese di organizzazione delle attività a Malta
indicai a Ruggero che volevo riparare un convento isolato per farlo luogo di
preghiera. Lui non fece domande e mi diede gli uomini per il lavoro. Tornato
poi nel Santum Imperium inizia le selezioni e portai le “novizie sorelle” alla
loro nuova casa.
La lancia di Longino
Audaces Dominus iuvat!
Eliminato l'ostacolo del cecchino, Fratello Ruggero ordinò
di mettere a mare alcune scialuppe per sbarcare sull'isola, alla testa di un
manipolo di uomini poco pii (come purtroppo era sempre più evidente) ma
valorosi soldati. Io stesso volli farne parte, insieme al mio prezioso Antonio
Maria Accobelli, per proteggere con la mia fede quegli scellerati.
La fortezza sembrava abbandonata: solo un autoblindo tedesco
sembrava testimoniare una presenza successiva ai tempi felici degli Ospitalieri
– di quelli animati da vera fede, intendo. Prima che potessimo ispezionarla,
però, il cecchino che ci aveva così nefandamente accolti ci attaccò nuovamente:
questa volta, però, da morto. Benché orribilmente sfigurato dall'esplosione, si
trascinava con sorprendente velocità verso di noi, bramando le nostre carni in
quel modo cieco e bestiale che hanno i trapassati. Prontamente, gli lanciai
contro una pietra, simbolo infame di lapidazione, che lo colpì in pieno petto
(per rimbalzare poi sul capo di uno dei nostri Ospitalieri, probabilmente in
parziale remissione di un suo probabilissimo peccato). Il mio colpo, così come
quello del fucile a canne mozze di Antonio Maria e quelli di quattro o cinque
mitragliatrici pesanti, ridusse il cadavere ad essere inoffensivo.
Visitammo la fortezza: evidentemente era stata sede
dell'esercito tedesco durante la Guerra mondiale, ma era abbandonata da tempo.
Tuttavia, l'essenziale era ancora funzionante e in breve ci potemmo adattare a
renderla un solido campo base: rimettemmo a posto la Chiesa in mezz'ora di
lavoro; organizzammo cucine e dormitori; trovammo, su una torre, una radio
ancora funzionante con la quale (grazie all'energia di un piccolo generatore
portatile) contattammo Malta; fratello Ruggero fece anche piazzare in luoghi
strategici alcuni cannoni presi dalle galee e fece chiudere il porto con una
forte catena, lì lasciata all'uopo, capace di sbarrare l'ingresso a qualsiasi
nave di legno.
Celebrammo una messa solenne che, grazie anche agli accorti
suggerimenti di Accobelli, abile nel capire gli animi della truppa, ebbe un
grande successo. Accobelli, del resto, era veramente ispirato: nella notte,
volle fare una sorpresa a tutti, incaricando in gran segreto due militi di
apportare alcune modifiche all'autoblindo.
La mattina dopo, il sole si levava su una splendida metafora
degli Ospitalieri: un autoblindo adorno delle sacre insegne! Un crocefisso era
dipinto frontalmente, quattro rosari pendevano ai lati, e ovunque si
osservavano croci e simboli sacri.
Così devono essere i militi di Cristo, forti nel corpo e nel
cuore, e insieme pervasi di spirito cristiano! Sapere che le loro corazze nulla
possono, se non è il Signore a difenderli! Antonio Maria Accobelli volle
battezzare il mezzo “Lancia di Longino”, ed io la benedissi.
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mercoledì 17 ottobre 2012
Ricordi di un romano de Roma
Ritorno sull'intrepida Novella
dopo aver ripulito la nave dei pirati.
Sul ponte a prua vedo disteso
il mio amico Orlando, è messo male, tanto male...
Er Dottore cerca di
tamponargli le ferite avvalendose de l'aiuto di altri fratelli,
mentre Giocondo sta parlando a vanvera dicendo di essere un certo Generale
Patacca, le solite sue stronzate.
Mettiamo Orlando nella sua
cabina ed il dottore rimane con lui, temo nun ce siano molte speranze per il
mio amico...
Ora c'è da portà na nave in
porto, e possibilmente farlo senza che altri ce rimettano er culo! Quindi
comando io e pochi cazzi!!!
Il viaggio procede tranquillo,
non mancava molto a Malta.
Orlando ha la scorza più dura
del previsto, arriva a destinazione ancora vivo.
Er Dottò ha fatto bene il
suo mestiere, Orlando è fuori pericolo ma le su ferite so' troppo gravi perchè
possa riprenderse del tutto. Rimarrà paralizzato, e quindi riportato a Venezia,
gliè daranno na' medaja ed un vitalizio ( come se non ne avesse già abbastanza
de sordi! ). E' sulla sedia a rotelle ma mi ha assicurato che er cazzo je tira
ancora, buon per lui!
Un po' me sento en colpa,
fossi stato co' lui invece di lasciarlo cor frocio del dottò e lo squinternato,
magari non se sarebbe fatto nulla.
Orlando parte per Venezia, er
Dottò lo accompagna. Con lui ce vedremo più avanti.
Intanto oggi m'hanno fatto
Priore ar posto de Orlando. Me sà che Giocondo c'è rimasto un po' male che
m'hanno dato er comando, Er Patacca che ogni tanto gli esce non è malaccio,
"lui" c'ha doti de comando... peccato che sia uno dei suoi amici
immaginari!
Il gran capo oggi c'ha
convocato a me ed allo squinternato, arriva il nuovo cappellano, vediamo che
razza de individuo c'hanno appioppato.
Nun me aspetto un granchè, se
l'hanno buttato su un cazzo di scoglio in mezzo a cagnacci da guerra come noi,
o ha fatto na qualche stronzata, o se l'ha chiesto lui vuol dire che è nato
stronzo di suo!
------------------------------------------------------------------
La seconda ipotesi è quella
giusta! E' tutto stronzo!
A pranzo s'è tirato nà menata
sulla crucifissione cor capo, c'ha la stessa testa di Novella... siamo apposto!
In più gira con un tizio che c'ha
la faccia di uno che stato ar gabbio quanto me, che non dice un cazzo, e
scrive solo sul suo tacqquino , e quando apre bocca e
solo per leccà er culo ar prete!
Abbiamo perso un comandante ed
il Dottò è in gita, e per rimpiazzarli c'hanno mandato du sorciazzi... come se
sulla nave nun ce ne fossero già abbastanza.
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Sanctum Imperium
martedì 9 ottobre 2012
In the Navy
Vedo sempre più lontane le coste
di Malta e in me la voce di Baracca è sempre più forte.
La sua ira è grande : “Io
comandante Baracca, chiamato il Lupo dell’Egeo, sono di diritto il comandante
delle tre navi”.
Per ora cerco di contenermi e convinco Baracca a prendere il controllo solo per
suggerimenti all’amico Ruggiero, nominato dal reggente comandante al Nostro
posto.
“Cazzate la bolina e anche la randa! Timone a
babordo direzione nord sud-ovest est.
Scattare marinaio : starai cercando lei o forse me??? Uomini, chi remerà di
più, potrà trascorrere un mese di preghiera al convento della Rasata!”
Accompagnati dai consigli di
Baracca il viaggio è tranquillo il vento e gli uomini sono carichi di
forza e raggiungiamo senza problemi le
isole Cicladi nella notte.
L’unico fardello ben più pesante
di tutte le ancore del mediterraneo sembrano essere Don Matteo e il suo
tirapiedi Antonio Maria.
Un urlo spacca la tranquillità
creature mezze donne e mezze pesce assaltano le navi, 2 uomini vengono
catturati, grazie a Ruggiero e a Baracca riusciamo a spostarci velocemente da
questo mare infestato. Dentro me Otto von Rokken si rammarica “Mi
sarebben piaciuten infilzare quelle mezze craturen. Anche loro essere donne e
io avere grande curiosità. Chissà come sarebben stato posizione spiedino di
pescem”.
Raggiungiamo Creta, come ci fa notare Ruggiero fa caldo
molto caldo, siamo nei pressi della spiaggia di Suda. Si erge davanti a noi il
relitto di una petroliera inglese affondata nella guerra dagli italiani. Ad un
tratto un uomo cade in mare colpito da un cecchino capiamo che è appostato
nella cabina di guida del relitto. Spariamo ma senza successo, Ruggiero con
tutta la sua forza ruota il cannone e fa fuoco. Centra in pieno la cabina ma il
cecchino non smette. Capiamo quindi che è un morto solo lui potrebbe resistere
al fuoco di tre navi e ad una cannonata
Nel vedere la scena perdo il
controllo è Baracca che ora mi comanda. Questa è stata la sua battaglia! Contro
un grande nemico ci vuole un grande eroe.
“Uomini fuoco di copertura!
Io, comandante Baracca, raggiungerò a nuoto il relitto. Tu mozzo passami una
granata incendiaria. La porterò tra i denti e arrampicatomi in prossimità della
cabina la lancerò al suo interno. Ruggiero conto sul tuo supporto di copertura”
Riprendo coscienza solo dopo
l’esplosione mentre galleggio sulle acque e vengo recuperato, Baracca è proprio
un vero uomo quello che dice fa e così era accaduto. Gli uomini mi esultano
come un eroe, la prima battaglia è vinta.
Grazie Baracca!
lunedì 8 ottobre 2012
La baia di Suda

Ci avvicinammo a Creta da sud,
presso il porto di Suda, dove ancora si trovano i relitti delle navi inglese
affondate dalla X Mas, in un giorno che ancora alcuni degli Ospitalieri, già
membri della X Mas, ricordano con orgoglio. Sapevamo, infatti, che il grosso
dei nemici, i crudeli pirati Turchi capitanati da un sedicente emulo di Uluch
Alì Pascià, che vorrebbe farsi passare per il redivivo antico generale, ma che
ha dimostrato di aver raziocinio in più battaglie, avevano preso sede a nord,
presso l'isola fortezza di Spinalonga.
Devo riconoscere che in questo
frangente Fratello Giocondo dimostrò che, se era carente a fede, non lo era
quanto ad audacia. Mentre le nostre navi entravano nella rada, un cecchino,
nascosto nel relitto di una petroliera, cominciò a bersagliarci, con grande
precisione. Il nostro fuoco di risposta non riusciva a stanarlo, e aveva già
ucciso tre dei nostri – prontamente fatti a pezzi dai commilitoni – quando
Fratello Giocondo si gettò dalla nave; raggiunse a nuoto la petroliera senza
essere notato dal cecchino, distratto dal Signore e un poco anche dal fitto
fuoco di copertura; si arrampicò sulla paratia della petroliera, cadendo solo
tre volte; gettò una bomba nell'oblò dietro al quale si nascondeva il cecchino.
L'effetto su devastante, e solo
perché Iddio vigila su di noi non ebbe effetti nefasti: la petroliera, che
ancora conteneva residui del materiale
combustibile, prese fuoco. Parte di essa esplose in gran fragore, e se Fratello
Gocondo si era rituffato in acqua e riuscì ad evitare conseguenze, una grossa
scheggia quasi colpì la galea dove avevamo la Santa Barbara.
La via dello sbarco a Creta,
però, era, almeno in apparenza, libera.
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Mare Nostrum
domenica 7 ottobre 2012
un misterioso omicidio...
(Antonio Maria Mariano Accobelli in un momento di contemplazione)
Del resto, il lassismo morale da
lui e dai suoi accoliti permesso non mancava di sortire i suoi frutti
avvelenati: nello stesso giorno in cui arrivammo, a Malta avvenne un
assassinio, dei più crudeli. Un uomo, identificato come Luca Bottice (a detta
di tutti irreprensibile) era stato visto vagare come morto, ucciso da una
pugnalata, e fortunatamente smembrato dalle guardie prima che potesse nuocere.
Non era stato derubato, la pura violenza che germoglia in chi è cieco ai
richiami del Signore l'aveva ucciso.
Sebbene già il giorno dopo
dovessimo partire per la presa di Creta, ci premurammo di porre qualche
domanda: seguiti da Fratello Ruggero e da Fratello Giocondo, io e Antonio Maria
ci recammo prima dal priore, poi nella casa del defunto, ma non trovammo alcuno
spunto: nessuna ombra si gettava su Bottice. Era un uomo ordinato, colto
nonostante la sua professione fosse di semplice operaio-calzolaio, ma nella sua
vasta libreria (come accuratamente verificò Accobelli) non c'era traccia di
libri all'Indice. L'unico aspetto peculiare era l'ottima vista sul porto che si
godeva dalla finestra: i nostri prodi Ospitalieri ipotizzarono addirittura che
fosse stato ucciso da qualcuno che voleva utilizzare quella casa. Di certo,
comunque, non era stato ucciso in casa, perché la porta fu trovata chiusa e i morti
non hanno sufficiente raziocinio per aprire una porta.
Lasciammo l'incarico di
sorvegliare la casa e tornammo alla rocca: l'indomani mattina saremmo partiti.
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Mare Nostrum
Arrivo a Malta
Io, don Matteo Tommaso del
Torchio, scriverò fedelmente i diari dei giorni che mi condurranno da Venezia
alla presa di Creta, come cappellano militare degli Ospitalieri, affinché non
accada come a San Novella, ucciso dagli infedeli timorosi della giusta e santa
missione di cui era alfiere nella caccia all'eresia. In questo modo, se sarà
volontà del Signore che io torni a Lui, qualcuno potrà leggere le mie memorie e
perseguire i malvagi, qualora io non sia riuscito ad impetrar la loro
punizione.

L'assenza di San Novella, mio
ispiratore, era stata disastrosa per i costumi dei locali: il mio ruolo di
cappellano militare sarebbe stato arduo, e lo compresi subito. Per fortuna che
potevo avvalermi del valido appoggio del mio valente notaio, Antonio Maria
Accobelli(l'uomo il cui taccuino è più tagliente di un expiator).
Se ancora avessi nutrito dei
dubbi, essi furono fugati dall'incontro con il Reggente, che ci venne ad
accogliere al nostro sbarco accompagnato da due individui sulla cui
irreprensibilità non scommetterei le offerte della Messa delle sei: Fratello
Ruggero, una montagna d'uomo, e Fratello Giocondo, uno strano fratello che
subito si mise a farneticare di un Convento della Rasata sul quale dovrò
indagare (sospetto che celi il meretricio), ed il cui arto più sviluppato
sembrava essere quello che non si usa né per pugnare, né per marciare contro il
nemico.
Fratello Giocondo, inoltre,
mostrava chiari sintomi di possessione demoniaca: lo udimmo parlare con voci e
personalità diverse. Sto studiando un esorcismo che potrebbe liberarlo, ma temo
che la sua vera personalità non sia migliore di quelle che dimostra durante le
possessioni.
Io feci subito presente al
Reggente quanto fosse inopportuno utilizzare le croci come forma di punizione,
premurandomi anche di suggerire una valida alternativa quale l'impalamento,
mentre Antonio Maria Accobelli – sempre accondiscendente – era disposto perfino
a concedere la graticola, ma il Reggente non sembrò prendere in giusta
considerazione la gravità del fatto. Dovremo tenerlo d'occhio, è quasi ovvio
che si tratti di un eretico, nella migliore delle ipotesi, e un adoratore del
Demonio nella peggiore: chi altri potrebbe fare un simile uso della santissima
Croce?
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mercoledì 26 settembre 2012
Ultime news
Cari amici eccomi qua ad annunciarvi le ultime news. Martedì 2 ottobre ripartirà la nostra campagna, quindi probabilmente questo sarà l'ultimo post di news, i prossimi saranno relativi alla campagna. Tra le novità, la più bella è che, se tutto va bene, avremmo un 5° elemento nel gruppo, ma non una persona qualsiasi, bensì uno degli illustratori ufficiali del Sine. Incrociamo le dita e vedremo se la cosa andrà a buon fine.
Colgo l'occasione per scusarmi se non mi sono fatto più vivo sui vostri blog, ma sto scrivendo la campagna nel mediterraneo, inoltre ho iniziato un progetto GDR con alcuni amici della Gilda del Grifone, una delle associazioni più grandi di Torino. Ho sottoposto le squadre di GDR, che sono molto titolate a livello nazionale (un terzo e settimo posto quest'anno nel campionato gdr), ad una campagna a Project HOPE, se volete dargli un'occhiata eccovi il link, Squadra Grifone, anche lì ci saranno esperienze di scrittura multiple.
Un saluto e un grazie a tutti coloro che continueranno o incominceranno a seguirci...
Colgo l'occasione per scusarmi se non mi sono fatto più vivo sui vostri blog, ma sto scrivendo la campagna nel mediterraneo, inoltre ho iniziato un progetto GDR con alcuni amici della Gilda del Grifone, una delle associazioni più grandi di Torino. Ho sottoposto le squadre di GDR, che sono molto titolate a livello nazionale (un terzo e settimo posto quest'anno nel campionato gdr), ad una campagna a Project HOPE, se volete dargli un'occhiata eccovi il link, Squadra Grifone, anche lì ci saranno esperienze di scrittura multiple.
Un saluto e un grazie a tutti coloro che continueranno o incominceranno a seguirci...
mercoledì 22 agosto 2012
mercoledì 18 aprile 2012
A presto
Allora eccomi qua ad informarvi su questo strano ritardo di "pubblicazione" del nostro gruppo:
a causa di improvvisi, ma noti avvenimenti, la maggioranza dei quali (se non tutti) piacevoli, mi sono visto costretto ad interrompere la campagna ora, prima di incominciare un importante capitolo, riprenderemo un domani, sicuramente dopo l'estate, la data però è da stabilire. Intanto io e Novella stiamo cercando di organizzare qualcosa di alternativo, ma non garantiamo nulla, la mia disponibilità di tempo a causa di un aumento del lavoro, e in un momento come questo non può che essere una bella notizia, si è assai ridotta. Un saluto a tutti, continuerò a seguirvi su internet, a presto...
p.s. per evitare discussioni, vi dico che il gruppo non si è sciolto, semplicemente io sono oberato di impegni, sopratutto lavorativi (e 2 figli uno particolarmente delinquente), il misterioso Joaquin si deve laureare (in bocca al lupo), il nobile Celestino sta per diventare papà (grandissimo, come sempre), il vile Adolf deve sistemare delle questioni nella sua casa di appuntamenti e il valoroso Novella non ha un caXXo da fare!!!!
ciao!!!!
a causa di improvvisi, ma noti avvenimenti, la maggioranza dei quali (se non tutti) piacevoli, mi sono visto costretto ad interrompere la campagna ora, prima di incominciare un importante capitolo, riprenderemo un domani, sicuramente dopo l'estate, la data però è da stabilire. Intanto io e Novella stiamo cercando di organizzare qualcosa di alternativo, ma non garantiamo nulla, la mia disponibilità di tempo a causa di un aumento del lavoro, e in un momento come questo non può che essere una bella notizia, si è assai ridotta. Un saluto a tutti, continuerò a seguirvi su internet, a presto...
p.s. per evitare discussioni, vi dico che il gruppo non si è sciolto, semplicemente io sono oberato di impegni, sopratutto lavorativi (e 2 figli uno particolarmente delinquente), il misterioso Joaquin si deve laureare (in bocca al lupo), il nobile Celestino sta per diventare papà (grandissimo, come sempre), il vile Adolf deve sistemare delle questioni nella sua casa di appuntamenti e il valoroso Novella non ha un caXXo da fare!!!!
ciao!!!!
domenica 1 aprile 2012
Adolf return : “Il comandante Baracca”
Ci imbarchiamo alla volta di
Malta, il viaggio dovrebbe essere tranquillo, ma ben presto ci accorgiamo che
così non è. Una fitta nebbia ci avvolge e scorgiamo sulla costa pugliese una
nave turca che attacca un piccolo villaggio.

Io impavido rispondo al fuoco e
lancio una granata. Le pallottole mi sfiorano, ma anche loro sono impaurite dal
mio coraggio e deviano la loro traiettoria.
I remi sono danneggiati, due
fuochi greci ci vengono lanciati contro e a fatica riusciamo a spegnere le
fiamme. Le navi turche fuggono a noi non resta che riparare la nave e lanciarci
all’inseguimento.
Nella notte siamo in mare aperto
ed è ormai l’alba quando incontriamo nuovamente le navi.
Le scelte di Orlando ci riportano
nuovamente in difficoltà. Ci troviamo accerchiati. Fortunatamente la nostra
galeazza è nettamente superiore. Veniamo speronati da due navi. I turchi
salgono sul nostro ponte, Orlando cerca di mandare uomini a destra e sinistra
portandoli con lui al massacro. Ruggero espugna con un piccolo manipolo una
delle due navi. Dall’altra continuano ad arrivare guerrieri. Io sono
accerchiato da turchi e con azioni impavide reggo il confronto. Vedo Orlando a
terra quasi morto. Mi lancio contro i sui avventori. In quel momento il mio io
che tanto avevo nascosto prende il sopravvento, fortunatamente è il Comandante
Baracca! Il suo soprannome è il fulmine dell’Egeo per le gesta eroiche tra i
mari greci. Noto una falla nella nostra nave, comando agli uomini di andarla a
chiudere per salvare noi tutti. Resto solo con la mia mazza.
Il comandante Baracca non conosce
la paura, è la paura che ha paura di lui.
Falcio gli eretici e porto in
salvo Orlando. Raffaello fa affondare una nave turca e viene a curare Orlando.
Io il comandante Baracca dirigo in maniera egregia la truppa permettendo ad
Orlando di rialzarsi.
Orlando inizia quindi a falciare
i nemici. Sembra totalmente ripreso. Non riesco a capire come uno morente si
rialzi con tanta energia. Spero che non fingesse. Il suo posto di comando ora
però non è più sicuro… è arrivato il Comandante Baracca.
sabato 31 marzo 2012
Sfida tra i mari

Questi infingardi sono vili pirati battenti bandiera turca,
su navi il cui equipaggio è un obbrobrioso misto di vivi e di morti. Da oggi,
però, anch'essi conoscono la paura e devono inchinarsi alle leggi del Giusto e
del Forte: hanno capito che l'Italia è tornata sui mari, e che la breve epoca
di licenza e di ferocia già volge al termine.
Conclusi i bagordi veneziani, trovati capri espiatori per le
scappatelle dei Fratelli Camerati Ruggiero e Raffaello, ridotta al minimo la
pena di Giocondo dopo la dipartita del compianto Novella, ci siamo imbarcati
sull'Intrepida Novella (così nomata al seguito della nostra guida spirituale,
che è meglio avere nel cuore che al seguito) alla vota di Malta, e presto
abbiamo avuto occasione di mettere in fuga disordinata le navi degli ignobili
pirati.
Stavamo navigando nella nebbia di marzo al largo della
Puglia, quando abbiamo percepito un odore di bruciato: sulla costa, diverse
case ardevano, mentre una nave era alla fonda. I Turchi stavano rapendo donne e
bambini italiani, per appagare chissà quali sordidi desideri! Atti che
sarebbero degni di biasimo persino se perpetrati contro gli Inglesi,
figuriamoci ai danni dei nostri compatrioti!
Pur consapevole dei rischi dell'impresa, non volli armare i
cannoni, per non mettere a repentaglio la vita dei giovani italici virgulti,
futuro della Patria, né i fecondi ventri delle patrie donne, sicché ordinai
l'abbordaggio alla nave turca.
La nostra valentia gettò subito nel panico i nostri vili
avversari, che non trovarono di meglio che darsi alla fuga, sebbene le loro
navi fossero ben tre (come scoprimmo d'improvviso). Una veloce galea ci passò
di fianco, distruggendo i remi sul fianco destro, mentre una seconda ci colpiva
con due otri di fuoco greco e la terza caricava gli schiavi e si dava alla
fuga, presto imitata dalle altre due.
Ma prima che potessero fuggire, Giocondo colpì una nave con
una bomba a mano. Riconoscendo il più forte, i turchi scelsero la fuga.
Purtroppo, come spesso succede, i vili hanno ali ai piedi, e
per i coraggiosi inseguirli è impossibile. Così (anche considerato che avevamo
metà dei remi fuori uso e parte della nave in fiamme) decidemmo di verificare
le condizioni del villaggio (e di riparare la nostra nave): tanto, nessun vile
può fuggire per sempre.
Infatti, li ritrovammo ancora prima di arrivare a Malta.
Forse punti da vergogna per la loro codardia, ci seguirono, senza tuttavia
osare avvicinarci. All'imbrunire, infatti, vedemmo una nave turca che ci
seguiva, ma il primo incontro era servito a valutare le forze del nemico: le
altre due galee non potevano essere lontane (quale vile si allontana dai
compagni?). Fratello Raffaello aveva inoltre riconosciuto il capitano dei
nostri avversari: era un essere delle peggior specie. Era un morto, tanto per
cominciare, poi era un turco, e infine era un traditore! Si chiamava ….., era
un calabrese ma si era venduto agli Ottomani, per i quali aveva combattuto come
capitano alla battaglia di Lepanto. Bene, noi italiani l'avremmo nuovamente
suonato!
Con il favore delle tenebre, dopo aver spento tutte le luci,
effettuammo una manovra diversiva per trovarci alle spalle della galea che ci
seguiva, e riuscimmo. Ma era presto per gioire: con una improvvisa illuminazione,
mi accorsi che le altre due navi erano alle nostre spalle. Non era tempo di
temporeggiare: confidando sulla superiorità conferita dall'italica ingegneria
navale e dal valore dei nostri militi, ordinai di affiancare il nemico e di
cannoneggiarlo.
Disgraziatamente, la precisione di tiro dei Fratelli
camerati non è pari al loro valore, e riuscimmo appena a danneggiare la galea
nemica, che invece riuscì benissimo a speronarci, bloccandoci (anche se la
nostra corazzatura resse molto meglio della loro): subito, i turchi si diedero
all'abbordaggio.
I Romani, nella loro imperiosa espansione, dimostrarono una
invincibile forza in terra, ma a volte si trovarono in difficoltà sui mari.
Così capita anche agli Italiani, moderni Romani, e infatti i turchi della prima
galea ci abbordavano con successo a dritta, mentre a manca fummo speronati
anche da una seconda galea, ma questa volta non ci lasciammo cogliere di
sorpresa. Ci aspettavamo infatti la manovra di speronamento, e decidemmo di
scaricare una funesta salva di cannonate sul vascello che sopraggiungeva.
Disgraziatamente, nemmeno la perizia nell'uso delle polveri
dei Fratelli camerati è pari al loro valore, sicché l'esplosione non travolse
gli infedeli, ma si fermò nel ventre della nostra nave, portando comunque danni
limitati alla nostra struttura. Anche la seconda galea pirata, comunque, era
ora agganciata alla nostra.
Ed ecco, i pirati erano in trappola!
Avevano commesso un errore nello speronarci, ora le loro
navi erano incastrate alla nostra, e non potevano più fuggire, come uso fra i
vili. Fratello Ruggiero si lanciò sulla nuova nave alla testa di un pugno di
soldati, e compì prodigi di valore tenendo testa al numeroso equipaggio, mentre
i morti incatenati ai remi gemevano in modo orribile.
Sull'altro fianco, eravamo io, Giocondo e Raffaello ad
opporci, con i nostri uomini all'incalzante marea turca che si riversava
sull'Intrepida Novella.

Disgraziatamente, nemmanco l'abilità al timone dei Fratelli
camerati è pari al loro valore, e Raffaello, nel tentativo di disingaggiare il galeone
nemico dalla nostra galeazza, ci provocò danni ingenti e una falla dalla quale
l'acqua entrava abbondante.
Ed io ancora resisto, resisto di fronte alla marea dei
turchi che incalzano da ogni parte, ma sento il sangue scorrere, infradiciare i
panni sotto la corazza, e frammisto a quello dei nemici c'è il mio. Sono sempre
più debole...
Infine, per le troppe ferite riportate mentre, da
intrepido comandante, pugnava alla testa della sua truppa, Orlando perse i
sensi.
Dicono che fu trascinato fuori dalla zona degli scontri,
dicono che fratello Raffaello gli prestò i primi soccorsi, gli dicono che a
quel punto si rialzò, con la forza di una furia, che iniziò a lottare con un
valore e con una forza mai vista, incitando i militi e menando strage dei
nemici al punto da riguadagnare in breve tempo i terreno perduto e da
ricacciare in mare i turchi che avevano abbordato l'Intrepida Novella, mentre
Ruggiero liberava donne e bambini prigionieri sull'altra nave, vi dava fuoco
rovesciando le loro riserve di fuoco greco e tornava sulla galeazza.
Dicono che una delle due galee dovette ritirarsi malconcia,
mentre l'altra era affondata. Dicono che fu una vittoria, dicono che Orlando si
accasciò non appena il pericolo fu passato, e fu acclamato come un eroe dalla
truppa.
Ma nulla di tutto questo giunse alla sua mente,
infinitamente lontana...
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domenica 25 marzo 2012
Chi di rogo punisce nelle ceneri perisce (ovvero il ritorno di Adolf)
Finalmente una festa e un po’ di
donne. Abbiamo lasciato Malta e ora a Venezia tutti ci acclamano come eroi. Ad
un tratto una donna bellissima si avvicina a me… non so chi sia, ma sento di
conoscerla. Il cuore mi batte forte, le mani mi sudano e la voglio.
Lei mi afferra e mi porta a
ballare. Ad un tratto noto sul suo collo una grossa cicatrice quella ferita
apre uno squarcio ben più grande nella mia memoria. Lei a quel punto mi
sussurra un nome ADOLF, il mio.
La memoria mi torna di colpo, la donna che ho tra le
braccia non è calda ma fredda come il ghiaccio. Lei è la strega che ho amato,
con cui ho giaciuto e a cui ho tolto la vita. La testa mi scoppia, Giocondo non
è mai esistito, le mie personalità multiple prendono il sopravvento e non mi
controllo. Inizio a colpire la gente a casaccio e a scatenare una rissa. Per
fortuna Orlando mi ferma.
Stordito mi sveglio in cella
l’ultimo volto che ricordo è quello di Novella. E’ talmente malato e malridotto
che neanche mi riconosce, ma come suo solito mi accusa, borbotta un po’ di
dottrina e chiede che sia imprigionato.
Chiedo di parlare con lui, ma
poco dopo capisco che è un errore. Quando gli dico chi sono anche se sotto
giuramento di confessione mi rinfaccia il mio comportamento in Francia,
l’abbandono e il tradimento di cui mi sono macchiato. La sua è ira nei miei
confronti, penso mi ritenga responsabile anche della sua pessima condizione di
salute e cecità. Dice di assolvermi ma in realtà mi condanna al rogo. Stupido
ottuso come sempre per lui perdonare fa rima con bruciare e l’unico perdono
rappresenta il rogo.
Passo la mia ultima notte a
ricordare il mio passato anche se so che alla mattina arriverà la mia fine.
Quando tutto sembra finito Orlando arriva gioioso a comunicarmi che Novella è
morto nella mattina, la mia punizione si trasforma in venti frustate che sono
ben poca cosa sul mio corpo anche se rispetto al passato mi sento molto più
debole.
Riesco ad assistere al funerale
di Novella, ora l’ottuso predicatore è solo un'urna piena di ceneri che vengono
sparse in mare. Io, Adolf Stettermayer, come la fenice dalle ceneri
risorgo.
Mentre assisto al funerale mi
ritorna alla mente Carlitos il mio maestro. Siamo stati catturati dai nazisti e
mentre io ed i nostri compagni siamo stati deportati, lui e il suo fido compare sono scappati, ma non so
dove. Anche se tutto ora sembra impossibile devo ritrovarlo forse è in
pericolo, nel buio che ci avvolge ora c’è una piccola luce. Seguirò le parole
del mio maestro che mi insegnò come è
difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire...
sabato 24 marzo 2012
L'Intrepida Novella
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Un pò di storia per informarvi sulle origini della vostra nave ammiraglia: L'Intrepida Novella:
La galeazza è un tipo di galea da guerra, costruita a Venezia a partire dal XV secolo e usata principalmente nel Mar Mediterraneo a partire dal XVI secolo. Si differenziava dalla comune galea sottile per le maggiori dimensioni, il gran numero di artiglierie e la possibilità - esclusiva tra le galee - di effettuare il tiro laterale.
Questi navi, utilizzate per la prima volta dai Veneziani di Sebastiano Venier nella battaglia di Lepanto, rappresentarono il passaggio tra la galea e il galeone.
Caratteristiche e sviluppo
La galeazza era usualmente dotata di 3 alberi a vele quadre (le più grandi avevano 4 alberi), castello di prua, castello di poppa (questo modello era già stato sviluppato nella caracca e successivamente nel galeone del Mediterraneo) e due ponti. Poteva portare dai 32 ai 46 banchi di rematori (remi a scalaccio) e montare 36 grossi cannoni, più altri di minor dimensione.
La galeazza era sviluppata sulla base di larghe galee mercantili dette galee grosse, da tempo non più convenienti in seguito alla riduzione dei traffici mediterranei. Poiché venivano convertite per l'uso militare dovevano essere tendenzialmente alte e larghe (anziché leggere); montavano un elevato numero di cannoni, che venivano posizionati per la maggior parte lungo i lati sparsi qua e là tra i remi e nel castello di prua.
Il modello della galeazza venne sviluppato dalla Repubblica di Venezia che riuscì quindi ad ottenere navi che potevano competere con le galee ordinarie.
Ne vennero costruite relativamente poche, ma ebbero comunque molta importanza, in particolare nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), durante la quale l'essere alte di bordo e la potenza di fuoco delle sei galeazze veneziane presenti (al comando del provveditore Francesco Duodo), impiegate per la prima volta, furono determinanti nel portare alla vittoria la flotta cristiana. Le galeazze furono apprezzate anche dal grande ammiraglio veneziano Francesco Morosini, tanto che una di queste imbarcazioni fu da lui scelta come ammiraglia della flotta. Quattro galeazze, atte a tenere il mare, accompagnarono anche l'Invincibile Armata nel 1588 (ad es. La Girona).
Le acque poco profonde, le coste frastagliate, il clima mite e i venti debolmente variabili del Mediterraneo permisero alle galee e alle galeazze di sopravvivere fino agli inizi del XVIII secolo.
Tratto da Wikipedia
L'estremo saluto
I miei affari mi hanno infine riportato nel Sanctum
Imperium, qui devo sistemare alcune questioni in sospeso con un mio ex amico...
Appena varcati i confini dell'Iperium sono stato colto
da una visione, ho visto la fine del povero Novella. Il poveretto è morto
sputando sangue ma senza mai rinnegare la sua fede, in questo periodo che mi ha
visto allontanarmi dai canoni della fede di Roma ho sentito molti uomini
imprecare il loro dio prima che ponessi fine alle loro misere esistenze, ma lui
no... il buon Novella nella sua ottusità aveva l'animo puro come quello di un
animale.
Mi sono quindi diretto a Venezia, mi sembrava doveroso
presenziare alle esequie del prete, infondo abbiamo combattuto insieme e
rendere onore ad un combattente lo trovo doveroso, in fondo sono sempre un
templare!
La carica di cappellano degli Ospitalieri lo doveva
aver reso un personaggio in vista, alla funzione presenziava una folla di
persone degna di un aristocratico! Tra tutta quella gente scorsi anche facce
conosciute, il mio sguardo incrociò quello di Joaquin, ci salutammo con un
gesto del capo. Tra di non vi è animosità, abbiamo solo scelto strade diverse
che non è detto si incroceranno ancora. Gli auguro buona fortuna nella sua
ricerca.
Ho visto quel buffone di Adolf vestito da Ospitaliere,
lui non si è accorto di me, ma quella sottospece di escrescenza di Jaques non
si accorgerebbe neanche di un tigre che gli passa sui piedi!
Questo nuovo corpo militare comunque ha destato il mio
interesse, ho individuato alcuni soggetti con doti interessanti. Ho fatto molto
bene a deviare il mio cammino fin qui a Venezia, ho avuto modo di notare molte
cose interessanti tra le quali la quantità di morti che camminano
tranquillamente alla luce del sole e quali importanti cariche essi ricoprano!
Riposa in pace Novella, spero che ora tu sia in un
posto dove ti è più chiaro a quante menzogne la tua vita è stata sottoposta.
Ora devo andare, so che mi stanno aspettando... anzi,
mi sta aspettando!
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