lunedì 19 dicembre 2011

L'intrepido Fra Novella


Esiste il concetto di male maggiore e male minore, oppure il bene e il male si oppongono? Se incontriamo sulla nostra strada un male che appare minore, è legittimo trascurarlo perché ne vogliamo punire uno che ci pare più grave? Molti risponderebbero senza dubbio, ma è proprio con la teoria del male più grande che il Demonio trascina molte anime nel peccato, e se noi Inquisitori stessi ci lasciamo deviare dal nostro incarico di tutelare la moralità degli uomini e la purezza della loro osservanza ai precetti della Santa Romana Chiesa Cattolica Apostolica Romana, non forniremo l'apparente legittimazione a tali devianze?
Ma, d'altro canto, il male ed il peccato sono così diffusi che punirli tutti è superiore alle forze umane, e ve ne sono alcuni che possono portare ruine tremende. Dunque, l'uomo saggio potrà legittimamente fermarsi a punire altre brutture meno gravide di conseguenze, a rischio di trascurare i peccatori peggiori?
Il problema non è puramente accademico, e fu anzi sul punto di bloccarci, anche con il fascino stesso di siffatte discussioni dottrinali.

Dopo aver visitato i due anziani insegnanti e il loro disgraziato figlio senza avere trovato traccia della stamperia, prendemmo parte alla vita di parrocchia, mentre pensavamo a come proseguire la nostra ricerca di quanto rimaneva della stamperia. Il clima era piacevole: la popolazione era straordinariamente colta, come livello medio, e sembrava genuinamente religiosa. Io e Fratello Celestino fummo addirittura, nel corso di una cena conviviale, attorniati da torme di infanti che sognavano chi di entrare nei Templari, chi di farsi Inquisitore. Solo Adolf sembrava non gradire la compagnia, e decise di uscire dalla stanza nella quale eravamo ospitati. Non fidandomi di lui, ed essendo trattenuto da Don Beppe, chiesi a Joaquin di seguirlo, ma non avrei pensato che la sua uscita ci avrebbe causato tanti problemi.
Poco dopo, però, udimmo un'esplosione poco lontana. Tutti ci precipitammo per strada, e fummo subito guidati dalle luci vivide di un incendio che stava divorando un edificio non lontano. C'era un leggero odore di benzina: l'incendio era doloso.
Già molti paesani si stavano adoperando per domare le fiamme, e noi davamo una mano, sinché dal rogo uscì un uomo ferito: era Gian Carlo, l'insegnante con il quale avevamo parlato nel pomeriggio. Egli si teneva il ventre, e ci puntò contro il dito: «E' stato l'uomo che era con lui a ferirmi! A dare a fuoco tutto!»
Parlava di Adolf. Molti ci guardarono storto, e se non ci linciarono fu solo per il vestito che portavamo, e per l'emergenza del momento. In quel momento, l'edificio crollò: dentro, erano conservate le macchine da stampa, oramai inservibili per il rogo.

Pochi minuti dopo io, Fratello Celestino e Don Beppe ci trovavamo in una stanza della Canonica, temporaneamente al sicuro dalla folla.
«Tu!» lo accusavo «tu infanghi l'abito sacro che porti! Hai mentito ad un Inquisitore nei suoi legittimi sospetti! Hai occultato un'attività di stampa che produceva libri all'Indice, da Pinocchio ai volumi blasfemi di sette!»
Il peccatore sosteneva di essersi così comportato per preservare la cultura (cosa che invero gli era riuscita, nel paese), e di lavorare su commissione per sostenere le spese. Perché stampare, mi chiedevo, anche testi non sacri? Lo scellerato metteva in dubbio perfino la giustezza dell'Indice! Dubitava dell'operato di nostra Santa Madre Chiesa! Era abominevole, eppure vedevo che non agiva così per cattiveria. Non per questo poteva restare impunito.
Purtroppo, era in una posizione di forza per via della folla che ci attendeva fuori dalla porta. In quel momento tornarono Joaquin e Adolf, raccontando di essere stati aggrediti da Heinrich (come diavolo si chiama???): era stato lui, quindi, a ferire Gian Carlo e a bruciare la stamperia? Facile a credersi per noi, non certo per chi non sapeva dei sosia.
Tuttavia, Don Beppe colse subito l'occasione di mercanteggiare la sua impunità, proponendoci di chiudere un occhio sulle sue attività in cambio della possibilità di uscire vivi dal paese (con una minaccia molto poco velata!) (se chiudi un occhio come farai???)
Fratello Celestino fu da subito incline ad accettare, sostenendo che il pericolo del sosia di Adolf fosse molto più pressante di una stamperia oramai bruciata, e così la pensava anche Adolf (salvo durante uno dei suoi soliti cambi di personalità), ma io non potevo venir meno al mio compito di perseguire l'eresia.
Adolf, peraltro, farneticava: sostenne addirittura che, data la forza dimostrata dal suo sosia, questi fosse in realtà un morto. Cosa assurda, visto che aveva dato più volta prova di una certa intelligenza: messo davanti alla contraddizione, non seppe cosa rispondere. Fratello Celestino e Don Beppe, in realtà, affermarono misteriosamente di avere una possibile spiegazione, ma non vollero rivelarmela. Probabilmente volevano solo confondermi.

Restammo per tutta la notte a fronteggiarsi, Fratello Celestino con la teoria del male minore, io rifiutandomi di lasciare impunito un eretico. Non avrei voluto mandarlo al rogo, le sue intenzioni erano buone, ma avrei almeno preteso un pentimento ed una pena, sia pure lieve. Ma Don Beppe pretendeva la mia parola e garanzia d'impunità per lasciarci andare.
Ad un tratto, Fratello Celestino decise di uscire, ed io feci lo stesso, data l'oziosità della conversazione, ma Fra Beppe ordinò alla folla di lasciar passare solo il templare, a meno che io non dessi quella parola e promessa di menzogna che un uomo pio come me non può dare.
Ero disposto al martirio piuttosto che a cedere.
Ma avrei preferito evitare il martirio, se possibile: devo ancora servire il Signore. Mi riunii ancora a colloquio con Don Beppe, e a quattr'occhi( a tre, vorrai dire!) fu ben più accondiscendente. Accettò di pentirsi, e come penitenza di lasciare i suoi fedeli e amati paesani: una pena leggera, lo ammetto, ma non così difforme dalla colpa, e confacente alla situazione. Infatti, Don Beppe dichiarò alla folla esultante che avevo promesso di non denunciare nessuno, e che d'altro canto aveva ragione di reputare Adolf innocente del ferimento (non grave, per fortuna) di Gian Carlo, così potemmo andarcene tutti assieme.
La nostra nuova meta era Grinzane Cavour, da dove provenivano tante, troppe bottiglie trovate in possesso di personaggi vicini ai Decussi. Anche a Don Beppe ne erano state donate alcune, in occasione un una stampa di un libro all'Indice...che non era certo Pinocchio.

1 commento:

  1. L'ottuso e cocciuto Fra Novella sarebbe stato più idoneo come titolo... eppure in relatà sei una personcina così colta ed educata! Mi sa che il cambio di personalità più rilevante ce l'hai te altro che Adolf-Ghigno.

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