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domenica 16 dicembre 2012

La caduta di Minosse


Ho sempre sostenuto che il rogo sia il modo migliore di redimere gli infedeli e gli eretici, ed il Signore ha voluto darne una conferma anche agli increduli: abbiamo arso lo scellerato Fratello Giocondo, e subito è comparsa la sua copia perfetta nell'aspetto, simile nello spirito, ma animata da spirito e zelo cristiano! Come non si può scorgere il disegno divino in ciò?
Fratello Ruggero avrebbe addirittura voluto uccidere Drakonis Papadopulus, il messo che Minosse ci aveva mandato per chiederci di andare da lui, nella sua città assediata, a discutere di pace; ma poi le sue parole illuminate, la sua professata fede cristiana, la sua volontà di rovesciare il pagano ci convinsero. Certo, avrebbe dovuto scegliere il martirio, come ogni buon cristiano, invece di piegarsi ai riti pagani imposti dal tiranno dell'isola, ma allora non era ancora redento, redento dal rogo del suo alter ego – perché non può non esserci un legame fra i due. Io decisi addirittura di benedire il coltello di Drakonis, per testimoniare la sua nuova vita fra i fratelli in fede.
Fratello Ruggero nutriva qualche diffidenza, del tutto giustificabile sul piano bellico, mentre Antonio Maria Accobelli addirittura fornì di nascosto un fucile a Drakoins, come fu scoperto da Matteus durante il viaggio verso Cnosso.
Benché Drakonis avesse parlato di un passaggio segreto (che sarebbe poi l'antico Labirinto, a suo dire ancora abitato dal Minotauro – probabilmente il frutto di qualche blasfemo rito magico), decidemmo di entrare in Cnosso dalla porta principale, come ambasciatori. In verità, avremmo voluto chiedere a Minosse di uscire, ma – com'era prevedibile – rifiutò. Decidemmo di entrare lo stesso, in dieci, pur fiutando una trappola: Minosse, però, non considerava che Iddio era con noi.

Io, Fratello Ruggero, Lotar Matteus (ora nominato secondo), Antonio Maria Accobelli e Drakoins fummo ammessi alla presenza di Minosse, dopo aver lasciato le armi da fuoco all'ingresso della stanza. Il tiranno pagano sedeva su un trono posto al vertice di una scala, alla cui base era incatenato un essere mostruoso, mezzo uomo e mezzo toro. Intorno a lui, oltre ad alcune guardie, danzavano donne lascivamente abbigliate. Ciò che più attrasse la nostra attenzione fu, però, la maschera con cui Minosse si copriva il viso: recava impressi gli stessi segni che avevamo trovato sul medaglione che serviva a controllare i morti, e subito capimmo che era tramite essa che tutti i morti dell'isola erano tenuti sotto controllo. Distruggerla avrebbe provocato il caos, anche per le vie della città, vigilate da morti e – come avevamo notato percorrendole – in gran parte minate per scongiurare un attacco.
(A dire il vero, non escludo che per qualcuno di noi ciò che più attrasse l'attenzione fossero le donne lascivamente vestite.)
Minosse, in realtà, non voleva parlare di pace, ma di corruzione: ci offrì donne avvenenti e ricchezze purché lo lasciassimo sul trono, ma noi siamo vincolati al voto di castità e povertà, e non avremmo saputo che fare di quelle offerte. Fratello Ruggero rifiutò fieramente: l'unica offerta possibile era la resa in cambio della vita di Minosse stesso.
Di fronte alla nostra fermezza, il folle tiranno, come dimentico dell'assedio, volle provare ad ucciderci, scatenando il Minotauro e le sue guardie, ma noi eravamo pronti a tale evenienza, ben conoscendo l'infingardia che alberga nel cuore degli infedeli, e reagimmo. Io lanciai con precisione il mio rosario (che conteneva una granata NdA) contro Minosse, ma uno dei suoi schiavi fu pronto a lanciarsi davanti a lui, finendo sbriciolato in sua vece. Intanto, Fratello Ruggero si occupava del Minotauro: benché intontito da un poderoso pugno della bestia, forte al punto da spezzargli l'elmo, riuscì a reagire con un memorabile colpo di spadone che recise di netto la testa della creatura. Minosse, compreso che in me albergava la protezione del Signore e certo impaurito dallo Stocco Pontificio che pendeva al mio fianco, provò ad eliminarmi, probabilmente considerandomi il più pericoloso. Provò a lanciarmi una delle sue maledizioni, ma nulla possono le magie blasfeme contro chi è benedetto dal Signore: riuscì giusto a bruciarmi gli abiti, lasciandomi ignudo (promemoria: la prossima volta, benedire anche gli abiti, o almeno le mutande).
Intanto, Drakonis si era allontanato con un scusa, e compariva portandoci le armi da fuoco: Antonio Maria Accobelli imbracciò il suo San Michele Mitragliere e con una raffica precisa spezzò maschera e testa di Minosse. Improvvisamente, i morti di guardia cominciarono a trascinarsi privi di volontà come simplices, e non ci fu difficile sopraffarli. In breve, io con il mio Stocco e Fratello Ruggero con il suo spadone avemmo definitivamente la meglio sul Minotauro.
Non ci fu bisogno di lottare con le guardie ed i soldati: anzi, illuminati dal Signore, gli uomini e le donne di Creta furono ben lieti di poter abbracciare la veda Fede, di abbandonare la pagania e di soggiogarsi all'illuminata guida del Sanctum Imperium. In breve, la città fu anche libera dai morti.
Ancora una minaccia incombeva però su Creta: quella dei pirati Turchi acquartierati in Spinalonga. Stando a quanto Drakonis aveva origliato da alcune guardie, essi erano d'accordo con Minosse per aggredire le nostre forze nottetempo, ma la mattina venne senza disguidi: forse, attendevano un segno.
Di certo, per liberare del tutto l'isola avremmo dovuto affrontarli presto. Intanto, però, la bandiera della Santa Croce sventolava su Cnosso, sulla nostra fortezza, su tutta l'isola. Era tempo di una grande Messa celebrativa, per ringraziare Iddio della conquista.  

martedì 27 novembre 2012

L'ultima missione di Baracca


Quasi un mese di arresti domiciliari dopo (mentre la campagna per la presa dell'isola procedeva di successo in successo, e il sedicente Minosse era messo alle strette), finalmente un Santo Tribunale Inquisitorio si stabilì a Creta per riportare il Vero. Lo attendevo con la fiducia dei giusti, e ne avevo ben donde: esso non solo stabilì il vero, ma mi permise anche di spiegare la mancata esplosione del Connestabile al colpo di Stocco Papale.
Io, Fratello Giocondo, Fratello Ruggero, il tedesco Lothar e Accobelli sedevamo al banco degli imputati; quest'ultimo, si incaricò anche di difenderci. L'Inquisitore, Sua Eccellenza don Claudio, iniziò subito gli interrogatori, chiedendo a Lothar perché fossimo armati ad una cena, e Accobelli cominciò a dimostrare la sua virtù argomentativa, spiegando che era una norma di sicurezza tenersi sempre pronti in zona di guerra. E così, guidato dalla voce del Signore che giuda infallibilmente i Giusti nella propria difesa, ribatteva ad ogni domanda, come uno Scudo di Fede, e quando io rivelai che eravamo inviati del Sant'Uffizio, mandati a smascherare un infiltrato nell'Ordine, individuato nel Connestabile (come provava il cavallo nero tatuato sulla spalla, segno degli affiliati ai Decussi), la partita sembrava vinta.
Almeno, fino a quando si parlò di Fratello Giocondo.
A questo punto, Sua Eccellenza l'Inquisitore (dopo aver senza difficoltà mostrata l'instabilità mentale del soggetto, anche con alcune registrazioni che ne mostravano le possessioni e la testimonianza delle “mogli di Minosse” da lui molestate) ci mostrò delle foto inequivocabili, che mostravano Fratello Giocondo intento a darsi al buon tempo con avvenenti e disinibite fanciulle (il che non era difficile a credersi), ma anche in compagnie compromettenti: spie del Quarto Reich. Altre carte testimoniavano che aveva mandato continue informazioni su Malta a tali emissari dell'eretica potenza germanica.
A nulla valse che Antonio Maria Accobelli ricordasse le prove di valore dimostrate da Fratello Giocondo; a nulla il disperato intervento di Lothar: come è giusto, l'Inquisitore condannò il reo al rogo.
Noi tutti fummo, invece, dichiarati innocenti, ed io anzi menzionato con merito e ufficializzato come Cappellano Militare dell'Ordine Ospitaliero.
Sarà dura redimere questi poco pii fratelli, ma il Signore mi darà la forza.

Grazie, Signore! Se avessimo colpito il Connestabile uccidendolo senza creare un caso da processo, forse non sarebbe stata svelata l'altra Serpe che la Santa Madre Chiesa allevava nel suo seno, Fratello Giocondo, che con perfida astuzia da una parte si mostrava coraggioso, dall'altra mirava alla distruzione dell'Ordine Ospitaliero, provando ad uccidere con le sue granate, quando se ne prestava l'occasione, i massimi gradi di tale Ordine; inviando le sue informazioni fuori; soprattutto, fiaccando gli spiriti degli uomini attraverso il peccato di lussuria, da lui così fomentato anche attraverso la blasfema istituzione del Convento della Rasata.
La sera stessa, il suo corpo mortale ardeva sul rogo. Che Dio accolga la sua anima fra i giusti. Anzi, le sue anime. Dopo la giusta permanenza in Purgatorio. Anche se dubito che lo farà.

Il mattino dopo, un messo di Minosse veniva a chiedere pace e collaborazione, proprio mentre da Malta ci segnalavano che una nave era sbarcata sulle coste; una nave guidata da una Mummia, un morto (apparentemente) di cinquemila anni prima. Assurdo e inconcepibile!
Ma non solo quello che accadeva a Malta e in Egitto era incredibile. Ricevemmo il messo: era del tutto uguale a Fratello Giocondo.

sabato 24 novembre 2012

Il traditore


Imperscrutabili e misteriose sono le vie del Signore, eppure infallibilmente conducono al Bene: da stolti e peccatori è dubitarne anche per un solo momento, come mostra la vicenda che ci occorse dopo aver scoperto che il Connestabile, sotto i panni della massima autorità ospitaliera, celava un'identità di Decusso Sanguigno. Ci invitò a cena, provò ad avvelenarci, per poi lanciarsi, sguainata la spada, contro me, Fratello Giocondo e Fratello Ruggero, che eravamo debilitati, ma non piegati dal nefando intruglio che ci aveva propinato nei piatti e nel vino – ed al quale, come appurammo in seguito, si era reso immune con la lenta assuefazione.
Reagimmo: io sguainai il Consacrato Stocco Papale e mi gettai sul Connestabile,  mentre i due Fratelli tenevano a bada due guardie giunte in soccorso dell'eretico. Io ero molto più piccolo del mio avversario, ma sapevo che al mio fianco erano schierate le invincibili Possenze Angeliche, dunque nulla temevo. Colpii il mio avversario, confidando che simultaneamente lo ferisse anche la Spada di San Michele, facendolo esplodere o quanto meno venir meno.
Invece, lo ferii appena e la mia arma ruzzolò via: per un attimo temetti di aver colpito un giusto, altrimenti non si sarebbe spiegato lo strano evento, ma poi mi sentii rassicurato in cuor mio, e continuai la pugna. Il Connestabile reagì, aprendomi un grande squarcio nel ventre, di cui porterò a lungo la cicatrice. Mi gettai sotto il tavolo, dove sapevo di trovare una nuova arma: la Mitragliatrice Consacrata di Accobelli (il quale intanto continuava a schiumare sangue).
Sentii Ruggero e Giocondo che si gridavano l'un l'altro di non uccidere le guardie intervenute, che nulla sapevano dell'eresia del loro capo, e che solo eseguivano degli ordini.
Sentii l'urlo di Ruggero e Giocondo che venivano feriti.
Vidi pezzi di guardie tranciati di netto dal corpo dai colpi dei due confratelli.
Intanto, avevo trovato la Mitragliatrice Consacrata. Non avevo mai usato uno di quegli arnesi, ma ero sicuro che i simboli sacri avrebbero guidato la mia mano, così uscii da sotto il tavolo e premetti il grilletto. Anche se si è sostenuti dalla Mano dell'Altissimo, non è facile tenere salda una mitragliatrice mentre spara raffiche di colpi, ma tuttavia non ferii nessuno dei miei amici e distrassi il Connestabile (già malfermo per il colpo di Stocco Papale), dando modo a Fratello Ruggero di finirlo con un colpo possente del suo spadone.
Recuperai lo stocco, e lo conficcai ripetutamente nel corpo del Connestabile, accusandolo di eresia.
In quel momento, entrarono le altre guardie.

mercoledì 21 novembre 2012

Il Serpente nel Sacro seno della Chiesa


Guardati dai pagani, dai nemici esterni della Chiesa, certo, ma non dimenticare che i più temibili nemici della Fede si nascondono nel suo seno, come ben sa da secoli la meritoria istituzione della Santa Inquisizione, che tanti eretici ha giustamente arso vivi. La Chiesa moderna non è da meno.
Fieri dell'aiuto concessoci dall'Altissimo nella nostra impresa di liberazione degli Ospitalieri imprigionati, tornammo al campo con un peso aggiuntivo: Fratello Giocondo, forse in ossequio alle sue parti meno nobili, aveva anche catturato le avvenenti meretrici che avevano indotto sulla via del peccato i nostri militi e poi li avevano addormentati per agevolare l'ingresso al forte dei pagani. Tuttavia, devo ammettere che non sbagliò fino in fondo: avremmo potuto interrogarle. Fratello Ruggero poté, infatti, parlare con una di loro, che sembrava esserne la guida e che sapeva esprimersi in italiano. Certo, non fu facile: Fratello Giocondo era troppo interessato, riguardo alle donne, a particolari e dettagli che esulavano da quelli prettamente attinenti alla tattica di guerra per liberare l'isola dalla pagania. Fu necessario tramortirlo con i possenti pugni di Fratello Ruggero (che Dio gliene renda merito).
Le meretrici si qualificarono come “mogli di Minosse”: sposate con cretesi, erano anche concubine del sessantenne dittatore infedele, a loro dire perché altrimenti la loro famiglia sarebbe stata sterminata (ma non sembravano particolarmente pentite). Fratello Ruggero promise loro che non le avrebbe punite, se ci avessero dato tutte le informazioni utili a liberare l'isola dal flagello pagano. Esse acconsentirono, ma non potemmo parlare: le sentinelle corsero ad avvertirci che stavano arrivando ben venti navi battenti bandiera cristiana, con in testa una Galeazza guidata addirittura dal Gran Contestabile in persona! Bisognava accoglierlo, e così Ruggero ordinò che le donne fossero piantonate in Chiesa (scoprimmo in seguito che Fratello Giocondo riuscì egualmente ad importunarle, eludendo la sorveglianza).

Il Contestabile si dimostrò subito una persona priva di ogni scrupolo religioso: accettò il patto che avevamo stretto con i tedeschi, ma volle che le donne fossero uccise (e questo era comprensibile) dopo che i militi si fossero presi diletto con loro (e questo era peccato!). In pratica, Ruggero era esautorato, e Fratello Giocondo meditava una liberazione delle meretrici, che io stesso mi trovai ad incoraggiare.
Ebbene sì, la incoraggiai. Antonio Maria Accobelli aveva infatti interpretato un messaggio cifrato nascosto dal nostro informatore a Malta (e che probabilmente era stato ucciso proprio per questa scoperta): il Gran Contestabile era un eretico, un infiltrato dei Decussis Sanguigni! Lo provava il tatuaggio dell'organizzazione che portava sulla spalla, oltre ai suoi ordini peccaminosi. Non c'era altra possibilità che ucciderlo, e così ci risolvemmo a fare io e Antonio Maria Accobelli, e ci avrebbe molto aiutato la confusione causata da una fuga che – se fosse stata organizzata da Fratello Giocondo – sarebbe sicuramente stata scoperta. Ubi maior, minor cessat.

Tutte le nostre trame, i nostri piani furono mandati in fumo dall'azione del Contestabile: spesso il Maligno opera rapidamente nelle sue azioni, che però non sempre vanno a buon fine. Egli invitò me, Antonio Maria Accobelli, il colonnello tedesco con il suo secondo Matthaus, nonché ovviamente Fratello Ruggero con il suo secondo Giocondo ad una cena privata. Lo osservai: mangiava lo stesso cibo che ci veniva servito, così anche se non mi fidavo di lui ne assaggiai egualmente, immaginando che le insidie sarebbero arrivate da altre parti.  Invece, improvvisamente Antonio Maria Accobelli e Matthaus cominciarono a vomitare sangue, caddero come morti con il volto nel piatto. Anche io non mi sentivo bene, e ho la netta impressione che lo stesso provassero Fratello Ruggero e Fratello Giocondo. Il Contestabile balzò in piedi tenendosi la pancia, ma troppo arzillo per essere veramente avvelenato, accusando a gran voce il colonnello tedesco, al quale sparò un colpo alla tempia. Intanto chiamava le guardie: due ospitalieri entrarono di gran carriera.
Come aveva potuto avvelenarci senza avvelenare se stesso? In quel momento, non era tempo di interrogarsi, ma solo di sguainare lo stocco e difendersi: dovevamo lottare per le nostre vite, poi ci saremmo scagionati.
Ma per scagionarci, dovevamo sopravvivere.
Sguainai a fatica lo stocco: spero che il Signore ci venga nuovamente in soccorso contro questi nuovi, più infami Suoi nemici.

sabato 17 novembre 2012

Lode al Signore, che ha vigilato su di noi...


Il Signore può a volte punire le sue pecorelle quando si smarriscono, per dimostrare quanto impervio sia il cammino per chi si allontana da Lui (o altre volte per metterle alla prova; oppure per richiamare a sé il prima possibile i puri; oppure per aiutarle nel cammino di espiazione e umiltà; oppure per dar modo di dimostrare la propria Fede; oppure per una quantità di altri motivi più o meno imperscrutabili a noi miseri mortali, sui quali ora non è il caso di soffermarsi), ma quando esse mostrano segni di pentimento, non esita a scendere al loro fianco per aiutarle, anche nella maniera più manifesta.
Ed è stato un onore essere io, il misero Servo del Signore Don Matteo, ad essere strumento di tale Salvezza.
Nella notte, come angeli vendicatori, siamo piombati sul campo dei pagani. Io, brandendo il mio stocco pontificio, accompagnato da Fratello Ruggero e, soprattutto, dall'armatura della Fede, mentre gli altri, tedeschi e templari, prudentemente si tenevano indietro, quasi timorosi e quasi inattivi, salvo esplodere dei proiettili comunque utili a creare confusione nel campo nemico.
Ma io correvo, correvo avanti. Eravamo due, due contro cento, e so bene che ben poco avremmo potuto se non fosse stato per il Signore che lanciava i suoi strali dal cielo: ad ogni colpo di stocco, un nemico, morto o vivo, cadeva, esplodeva, a volte bastava un semplice mio anatema perché un fulmine del Signore che vigilava su di noi lo facesse ardere!
Le schiere dei pagani si aprivano dinnanzi a noi come acque davanti a Mosé, ed io correvo sicuro verso la mia meta, anch'essa indicata da Iddio, usando questa volta come strumento Antonio Maria Accobelli, che si era reso conto che i molti morti presenti nel campo (a partire dai cani bicefali, chiaramente dei Feros) erano controllati da un solo uomo, con l'aiuto di un medaglione. Ebbene, con un colpo preciso e guidato dall'Altissimo( più che altro dal tarocco del Carro,ndr), aveva ucciso il portatore dell'oggetto maledetto: in quel preciso momento, nel campo pagano si era scatenato l'inferno (chiaramente figura di quello eterno, che attenderà quelle anime prave, dedite al blasfemo Minosse ed ai suoi culti): i morti si erano rivoltati contro i vivi e, com'è nella loro natura, bramavano la carne di ogni essere umano la cui anima non ha ancora lasciato il corpo.
Così, io e Fratello Ruggero ci eravamo lanciati nella mischia: con le nostre parole di Fede, con il nostro coraggio, e soprattutto con la forza infusa dalla vista del Santo Segno che recavo meco, incitammo gli Ospitalieri imprigionati alla lotta, a liberarsi, a lottare contro i carcerieri per guadagnare la libertà. Pieni di Speranza e Fede, avrebbero voluto affrontare a mani nude i morti ed i nemici, ma noi consigliammo loro la ritirata: ci sarebbe stato modo e tempo per una piena vendetta. Noi continuammo: dovevamo recuperare il medaglione, prima che qualcuno dei pagani potesse trovarlo e riprendere il controllo sui morti. Provò ad impedircelo un “Titano” - come i blasfemi chiamano un mostruoso colosso formato da pezzi di innumerevoli cadaveri - , ma quando lanciai un lungo anatema contro di lui (restando immobile per una ventina di secondi, per il check di terrore fallito, ndr), l'essere cominciò ad esplodere a partire dalla testa, ed anche Ruggero diede il suo contributo di danno con la sua possente spada, pur subendo lievi ferite. Ci si parò davanti un cane bicefalo, ma lo infilzai con il mio Sacro stocco, ed il Signore lo fece saltare in aria in pezzi.
Vidi il cadavere di colui che aveva controllato i morti: stava già agitandosi, ma riuscii a strappargli il medaglione. Un attimo dopo, Ruggero lo tagliava in due con un colpo di spada.
Ci ritirammo: che morti e pagani (e quindi morti agli occhi di Dio) si scannassero fra di loro.

domenica 28 ottobre 2012

Le accattivanti donne di Creta


Il Signore è un giudice a volte lento, ma inflessibile: presto o tardi, la mercede per atti e pensieri peccaminosi colpisce i rei. Più inflessibile che con gli infedeli, è con gli ipocriti, sepolcri imbiancati che celano sotto la Croce un cuore impuro. Eppure, allo stesso tempo Egli è amore, e concede a chi si fida di Lui l'opportunità del riscatto.
Quando ero giunto a Malta, subito avevo dubitato della fede di molti degli Ospitalieri, e lo stesso Convento della Rasata destava sospetti: puntualmente, il Signore ha usato le stesse inclinazioni al peccato per perdere chi a loro era soggiaciuto.
La mattina dopo l'incontro con i Germani, Fratello Ruggero si mosse per incontrare i nuovi alleati con alcuni medici e pochi fidati, fra i quali spiccava Fratello Giocondo (più che fidato, non sarebbe stato fidato lasciarlo al forte); andammo anche io e Antonio Maria Accobelli, nella speranza di riportare all'ovile le pecorelle smarrite teutoniche.
Il viaggio proseguì senza problemi particolari: incontrammo il Colonnello ed alcuni soldati nello stesso luogo dove li avevamo trovati il giorno precedente ed essi ci guidarono nel loro baluardo segreto, un villaggio ben nascosto e ben fortificato. Nonostante temessero imboscate da parte di cani morti tricipiti (orrori creati dal fantomatico Minosse) o dai sagittiferi sudditi del pagano, arrivammo senza problemi.
Nel corso della serata, mentre i medici curavano alcuni dei soldati, guadagnammo la fiducia dei tedeschi; Accobelli, oltre alla fiducia, guadagnò anche un'eccellente arma, un Sturmgewehr 44 di fattura tedesca, che decorato di emblemi sacri avrebbe di sicuro contribuito alla diffusione della Fede.
La mattina dopo, ripartimmo alla volta del forte, accompagnati da una ventina di Germani.

Giunti al punto di osservazione, notammo una funesta spira di fumo levarsi dal forte. Corremmo: la porta era stata divelta, orme mostruose si trovavano nel cortile. Nessuno dei nostri sembrava essere rimasto, benché pochi fossero di resti di morti. Tra questi, spiccava il Priore lasciato da Ruggero al comando del forte: era stato crocefisso.
Del resto, anche degli invasori non c'era traccia. Ci mettemmo alla ricerca di eventuali sopravvissuti, e finalmente ne trovammo uno, nell'antica cripta dove era stato sepolto il Peloponnesiaco Morosini. Egli era ferito, condannato alla morte, ma riuscì a raccontarci l'agghiacciante storia della caduta del forte: donne avvenenti, figura del peccato e del Demonio, si erano presentate alle porte, implorando di essere lasciate entrare. Invece di cacciarle con vilipendio, o almeno di rinchiuderle in una sala, i militi cedettero ai desideri dei sensi e si diedero al buon tempo con esse. Mal gliene incolse! Le meretrici versarono veleno o sonnifero nelle bevande, poi aprirono le porte dall'interno ai loro alleati, ed anche ad un essere mostruoso, composto di molti morti quasi fusi assieme, che seminò la devastazione nel forte. Non era il solo abominio: c'erano i temuti cani a due teste, morti, ed altri esseri mascherati che non cadevano nonostante gli spari, quelli che i Germani chiamavano gli Immortali: probabilmente, morti controllati dal Demonio Minosse. Quasi tutti gli Ospitalieri, però, non erano stati uccisi, ma imprigionati e portati via.
In tutta questa devastazione, il Signore volle mandare un segno, un incitamento a non desistere, a credere in Lui. In punto di morte, dilaniato dal dolore, il milite si dichiarò pentito di aver soggiaciuto ai suoi istinti peccaminosi: se c'è lo spiraglio del pentimento, tutto è possibile. Lo assolsi.
Poi impugnai un ancora più tangibile segno del volere divino: lo Stocco Papale, sacra arma che si trovava incistata nelle mani dell'antico Doge e difensore della cristianità, e che ora per decreto del Signore passava nelle mie mani, per una nuova lotta Santa. Egli ci indicava la via: non bastava la Fede, non bastava la forza, ma forza e Fede dovevano unirsi nella riscossa! Levai alta la mia arma: con essa, e con l'ausilio di mitragliatrici, bombe, cannoni, shotgun e autoblindo avremmo liberato l'isola! Così mi diceva il cuore!
Innanzi tutto, eravamo in dovere di liberare i Fratelli prigionieri: forse anche nei loro cuori era germogliato il pentimento, e ora avrebbero lottato con Fede. Allo stesso tempo, dovevamo mantenere il presidio del forte, in vista dell'arrivo dei rinforzi da Malta, ed anche per non perdere le navi, che non erano state toccate. Ci dividemmo, e fu una fortuna che i Germani volessero mantenere l'impegno assunto con noi anche ora che avevamo poco da dare con loro.
Anzi, tutti, Ospitalieri ed eretici, chiesero di partecipare alla missione più pericolosa, la liberazione dei confratelli: la scelta non fu facile. Alla fine, Fratello Ruggero e il Colonello scelsero una piccola truppa di una decina di valorosi: fra costoro, io con il mio stocco, Antonio Maria Accobelli con il suo mitra, Fratello Giocondo con le sue bombe e le molotov che preparò all'uopo.
Partimmo a marce forzate, confidando che una truppa di centinaia di uomini, con almeno cento prigionieri e un mostro al seguito, non potesse che marciare lentamente. Li raggiungemmo a notte, mentre erano accampati.
Ricordate quando ho scritto che il Signore concede a chi si fida di lui l'opportunità del riscatto? Non è detto che costoro si salveranno, ma non moriranno in catene: nella peggiore delle ipotesi, lottando contro i pagani per la Cristianità, mentre cercheremo di liberarli.
Non c'è modo migliore per accedere al Paradiso.

martedì 23 ottobre 2012

Sia fatta la tua lode...


Rinfrancato lo spirito dei soldati con la predica, la benedizione, i sacri decori e le messe (inspiegabilmente Fratello Ruggero impedì di cantare la nostra letizia e lode ad Iddio suonando le campane), era tempo di uscire per una ricognizione, anche perché un riflesso ci aveva rivelato di essere osservati. Ma io ero fiducioso: se ci osservavano, dovevano essere senzienti; se erano esseri senzienti, dovevano essere vivi; se erano vivi, avrebbero potuto essere tedeschi, dunque cristiani e potenziale aiuto contro i turchi. Dovevamo però accertarci che non fossero infedeli.
Ruggero, Giocondo, io e Accobelli (per portare la Parola del Signore) ci avviammo con sei soldati verso il luogo dove avevamo visto balenare il riflesso.
Ai nostri strateghi militari non venne in mente che chi ci aveva osservato potesse presidiare la zona, e pochi minuti dopo essere arrivati avevamo una decina di fucili puntati contro ed un uomo anziano, con una divisa tedesca da colonnello, che avanzava verso di noi. Il Signore, però, aiuta chi combatte per la Sua gloria: le intenzioni dei tedeschi non erano ostili.
Certo, erano eretici protestanti, tanto è vero che non mostrarono il dovuto rispetto per la mia autorità, preferendo conversare con l'autorità militare, nella persona di Fratello Ruggero. Costoro sembravano all'oscuro di cosa fosse accaduto negli ultimi anni fuori da Creta, e bisogna ammettere che Ruggero fu abile a guadagnarsi la loro fiducia e la loro alleanza. Si trattava, infatti, dei paracadutisti tedeschi qui venuti a conquistare l'isola prima del Gran Giorno: truppe sceltissime, che, avendo combattuto per la propria vita per lunghi anni su quel suolo, conoscevano a menadito ogni anfratto di Creta.
Apprendemmo da loro che i Turchi non erano l'unico problema di Creta: proprio nell'antica città di Cnosso si era sistemato un folle pagano, che si faceva chiamare Minosse e pretendeva sacrifici. Ciò che più era strano, però, era che i morti non attaccavano la comunità che si era raccolta intorno a lui: questa è virtù degli inviati di Satana, proprio come quello che gli Ospitalieri avevano trovato a Malta, e che faceva addirittura collaborare uomini e morti sottoposti al suo volere. Un avversario duro, da affrontare – a quanto si diceva fra le truppe – con grandissima cautela e solo dopo essersi assicurati che Fratello Giocondo fosse impegnato altrove.
Con i tedeschi, prendemmo l'accordo di rivederci il giorno successivo: noi avremmo fornito loro un medico e medicine, loro un sostegno bellico per la ripresa di Creta. Ci sarebbero stati utili, così come noi lo saremmo stati a loro e, ciò che più conta, forse saremmo riusciti a farli ravvedere dal loro errore, riportandoli fra le fila della Santa Romana Chiesa.

domenica 21 ottobre 2012

La lancia di Longino


Audaces Dominus iuvat!

Eliminato l'ostacolo del cecchino, Fratello Ruggero ordinò di mettere a mare alcune scialuppe per sbarcare sull'isola, alla testa di un manipolo di uomini poco pii (come purtroppo era sempre più evidente) ma valorosi soldati. Io stesso volli farne parte, insieme al mio prezioso Antonio Maria Accobelli, per proteggere con la mia fede quegli scellerati.
La fortezza sembrava abbandonata: solo un autoblindo tedesco sembrava testimoniare una presenza successiva ai tempi felici degli Ospitalieri – di quelli animati da vera fede, intendo. Prima che potessimo ispezionarla, però, il cecchino che ci aveva così nefandamente accolti ci attaccò nuovamente: questa volta, però, da morto. Benché orribilmente sfigurato dall'esplosione, si trascinava con sorprendente velocità verso di noi, bramando le nostre carni in quel modo cieco e bestiale che hanno i trapassati. Prontamente, gli lanciai contro una pietra, simbolo infame di lapidazione, che lo colpì in pieno petto (per rimbalzare poi sul capo di uno dei nostri Ospitalieri, probabilmente in parziale remissione di un suo probabilissimo peccato). Il mio colpo, così come quello del fucile a canne mozze di Antonio Maria e quelli di quattro o cinque mitragliatrici pesanti, ridusse il cadavere ad essere inoffensivo.

Visitammo la fortezza: evidentemente era stata sede dell'esercito tedesco durante la Guerra mondiale, ma era abbandonata da tempo. Tuttavia, l'essenziale era ancora funzionante e in breve ci potemmo adattare a renderla un solido campo base: rimettemmo a posto la Chiesa in mezz'ora di lavoro; organizzammo cucine e dormitori; trovammo, su una torre, una radio ancora funzionante con la quale (grazie all'energia di un piccolo generatore portatile) contattammo Malta; fratello Ruggero fece anche piazzare in luoghi strategici alcuni cannoni presi dalle galee e fece chiudere il porto con una forte catena, lì lasciata all'uopo, capace di sbarrare l'ingresso a qualsiasi nave di legno.
Celebrammo una messa solenne che, grazie anche agli accorti suggerimenti di Accobelli, abile nel capire gli animi della truppa, ebbe un grande successo. Accobelli, del resto, era veramente ispirato: nella notte, volle fare una sorpresa a tutti, incaricando in gran segreto due militi di apportare alcune modifiche all'autoblindo.
La mattina dopo, il sole si levava su una splendida metafora degli Ospitalieri: un autoblindo adorno delle sacre insegne! Un crocefisso era dipinto frontalmente, quattro rosari pendevano ai lati, e ovunque si osservavano croci e simboli sacri.
Così devono essere i militi di Cristo, forti nel corpo e nel cuore, e insieme pervasi di spirito cristiano! Sapere che le loro corazze nulla possono, se non è il Signore a difenderli! Antonio Maria Accobelli volle battezzare il mezzo “Lancia di Longino”, ed io la benedissi.

martedì 9 ottobre 2012

In the Navy


Contro un grande nemico ci vuole un grande eroe.


Vedo sempre più lontane le coste di Malta e in me la voce di Baracca è sempre più forte.
La sua ira è grande : “Io comandante Baracca, chiamato il Lupo dell’Egeo, sono di diritto il comandante delle tre navi”. Per ora cerco di contenermi e convinco Baracca a prendere il controllo solo per suggerimenti all’amico Ruggiero, nominato dal reggente comandante al Nostro posto.
“Cazzate la bolina e anche la randa! Timone a babordo direzione nord  sud-ovest est. Scattare marinaio : starai cercando lei o forse me??? Uomini, chi remerà di più, potrà trascorrere un mese di preghiera al convento della Rasata!”
Accompagnati dai consigli di Baracca il viaggio è tranquillo il vento e gli uomini sono carichi di forza   e raggiungiamo senza problemi le isole Cicladi nella notte.
L’unico fardello ben più pesante di tutte le ancore del mediterraneo sembrano essere Don Matteo e il suo tirapiedi Antonio Maria.
Un urlo spacca la tranquillità creature mezze donne e mezze pesce assaltano le navi, 2 uomini vengono catturati, grazie a Ruggiero e a Baracca riusciamo a spostarci velocemente da questo mare infestato. Dentro me Otto von Rokken si rammarica “Mi sarebben piaciuten infilzare quelle mezze craturen. Anche loro essere donne e io avere grande curiosità. Chissà come sarebben stato posizione spiedino di pescem”.
Raggiungiamo Creta, come ci fa notare Ruggiero fa caldo molto caldo, siamo nei pressi della spiaggia di Suda. Si erge davanti a noi il relitto di una petroliera inglese affondata nella guerra dagli italiani. Ad un tratto un uomo cade in mare colpito da un cecchino capiamo che è appostato nella cabina di guida del relitto. Spariamo ma senza successo, Ruggiero con tutta la sua forza ruota il cannone e fa fuoco. Centra in pieno la cabina ma il cecchino non smette. Capiamo quindi che è un morto solo lui potrebbe resistere al fuoco di tre navi e ad una cannonata
Nel vedere la scena perdo il controllo è Baracca che ora mi comanda. Questa è stata la sua battaglia! Contro un grande nemico ci vuole un grande eroe.
“Uomini fuoco di copertura! Io, comandante Baracca, raggiungerò a nuoto il relitto. Tu mozzo passami una granata incendiaria. La porterò tra i denti e arrampicatomi in prossimità della cabina la lancerò al suo interno. Ruggiero conto sul tuo supporto di copertura” 
Riprendo coscienza solo dopo l’esplosione mentre galleggio sulle acque e vengo recuperato, Baracca è proprio un vero uomo quello che dice fa e così era accaduto. Gli uomini mi esultano come un eroe, la prima battaglia è vinta.
Grazie Baracca!

lunedì 8 ottobre 2012

La baia di Suda


Il viaggio per Creta, con una galeazza e due galee sotto la guida spirituale mia e militare di Fratello Ruggero, fu funestato dall'attacco, in pieno Egeo, di alcune creature, simili a sirene, che divorarono due soldati e fuggirono in mare, senza che ci fosse possibile controbattere. Così il Signore volle avvertirci di quanto siamo precari sul questa terra.
Ci avvicinammo a Creta da sud, presso il porto di Suda, dove ancora si trovano i relitti delle navi inglese affondate dalla X Mas, in un giorno che ancora alcuni degli Ospitalieri, già membri della X Mas, ricordano con orgoglio. Sapevamo, infatti, che il grosso dei nemici, i crudeli pirati Turchi capitanati da un sedicente emulo di Uluch Alì Pascià, che vorrebbe farsi passare per il redivivo antico generale, ma che ha dimostrato di aver raziocinio in più battaglie, avevano preso sede a nord, presso l'isola fortezza di Spinalonga.
Devo riconoscere che in questo frangente Fratello Giocondo dimostrò che, se era carente a fede, non lo era quanto ad audacia. Mentre le nostre navi entravano nella rada, un cecchino, nascosto nel relitto di una petroliera, cominciò a bersagliarci, con grande precisione. Il nostro fuoco di risposta non riusciva a stanarlo, e aveva già ucciso tre dei nostri – prontamente fatti a pezzi dai commilitoni – quando Fratello Giocondo si gettò dalla nave; raggiunse a nuoto la petroliera senza essere notato dal cecchino, distratto dal Signore e un poco anche dal fitto fuoco di copertura; si arrampicò sulla paratia della petroliera, cadendo solo tre volte; gettò una bomba nell'oblò dietro al quale si nascondeva il cecchino.
L'effetto su devastante, e solo perché Iddio vigila su di noi non ebbe effetti nefasti: la petroliera, che ancora conteneva residui del  materiale combustibile, prese fuoco. Parte di essa esplose in gran fragore, e se Fratello Gocondo si era rituffato in acqua e riuscì ad evitare conseguenze, una grossa scheggia quasi colpì la galea dove avevamo la Santa Barbara.

La via dello sbarco a Creta, però, era, almeno in apparenza, libera.

domenica 7 ottobre 2012

un misterioso omicidio...


(Antonio Maria Mariano Accobelli in un momento di contemplazione)

Del resto, il lassismo morale da lui e dai suoi accoliti permesso non mancava di sortire i suoi frutti avvelenati: nello stesso giorno in cui arrivammo, a Malta avvenne un assassinio, dei più crudeli. Un uomo, identificato come Luca Bottice (a detta di tutti irreprensibile) era stato visto vagare come morto, ucciso da una pugnalata, e fortunatamente smembrato dalle guardie prima che potesse nuocere. Non era stato derubato, la pura violenza che germoglia in chi è cieco ai richiami del Signore l'aveva ucciso.
Sebbene già il giorno dopo dovessimo partire per la presa di Creta, ci premurammo di porre qualche domanda: seguiti da Fratello Ruggero e da Fratello Giocondo, io e Antonio Maria ci recammo prima dal priore, poi nella casa del defunto, ma non trovammo alcuno spunto: nessuna ombra si gettava su Bottice. Era un uomo ordinato, colto nonostante la sua professione fosse di semplice operaio-calzolaio, ma nella sua vasta libreria (come accuratamente verificò Accobelli) non c'era traccia di libri all'Indice. L'unico aspetto peculiare era l'ottima vista sul porto che si godeva dalla finestra: i nostri prodi Ospitalieri ipotizzarono addirittura che fosse stato ucciso da qualcuno che voleva utilizzare quella casa. Di certo, comunque, non era stato ucciso in casa, perché la porta fu trovata chiusa e i morti non hanno sufficiente raziocinio per aprire una porta.
Lasciammo l'incarico di sorvegliare la casa e tornammo alla rocca: l'indomani mattina saremmo partiti.

Arrivo a Malta


Io, don Matteo Tommaso del Torchio, scriverò fedelmente i diari dei giorni che mi condurranno da Venezia alla presa di Creta, come cappellano militare degli Ospitalieri, affinché non accada come a San Novella, ucciso dagli infedeli timorosi della giusta e santa missione di cui era alfiere nella caccia all'eresia. In questo modo, se sarà volontà del Signore che io torni a Lui, qualcuno potrà leggere le mie memorie e perseguire i malvagi, qualora io non sia riuscito ad impetrar la loro punizione.

Al mio sbarco a Malta, rabbrividii: quegli infedeli rivestiti dei Sacrissimi Segni della Chiesa credendo di trovarvi rifugio dall'ira del Signore (o forse da quella degli uomini? Si sa che gli infedeli stoltamente temono anch'essa!) avevano ricoperto l'isola, già sacra, dei segni della loro perversione. Già dal porto si vedevano, sul dorso di una collina, croci utilizzate non già per devozione, ma per punire i colpevoli di atti indegni. Assurdo e blasfemo! Essere affissi in croce come Nostro Signore dovrebbe essere un premio per i migliori, non certo un segno d'infamia!
L'assenza di San Novella, mio ispiratore, era stata disastrosa per i costumi dei locali: il mio ruolo di cappellano militare sarebbe stato arduo, e lo compresi subito. Per fortuna che potevo avvalermi del valido appoggio del mio valente notaio, Antonio Maria Accobelli(l'uomo il cui taccuino è più tagliente di un expiator).
Se ancora avessi nutrito dei dubbi, essi furono fugati dall'incontro con il Reggente, che ci venne ad accogliere al nostro sbarco accompagnato da due individui sulla cui irreprensibilità non scommetterei le offerte della Messa delle sei: Fratello Ruggero, una montagna d'uomo, e Fratello Giocondo, uno strano fratello che subito si mise a farneticare di un Convento della Rasata sul quale dovrò indagare (sospetto che celi il meretricio), ed il cui arto più sviluppato sembrava essere quello che non si usa né per pugnare, né per marciare contro il nemico.
Fratello Giocondo, inoltre, mostrava chiari sintomi di possessione demoniaca: lo udimmo parlare con voci e personalità diverse. Sto studiando un esorcismo che potrebbe liberarlo, ma temo che la sua vera personalità non sia migliore di quelle che dimostra durante le possessioni.
Io feci subito presente al Reggente quanto fosse inopportuno utilizzare le croci come forma di punizione, premurandomi anche di suggerire una valida alternativa quale l'impalamento, mentre Antonio Maria Accobelli – sempre accondiscendente – era disposto perfino a concedere la graticola, ma il Reggente non sembrò prendere in giusta considerazione la gravità del fatto. Dovremo tenerlo d'occhio, è quasi ovvio che si tratti di un eretico, nella migliore delle ipotesi, e un adoratore del Demonio nella peggiore: chi altri potrebbe fare un simile uso della santissima Croce?