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mercoledì 29 giugno 2022

Il paradiso può attendere

 

Come risvegliato da un lungo viaggio, cerco a fatica di aprire gli occhi accecato da una luce abbagliante. Quello che vedo non può essere descritto a parole, ma solo tramite un versetto, che ricordo aver studiato nelle scuole, scritto dal sommo poeta Dante:


“Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.”


Abbasso lo sguardo e verso di me vedo tendersi una mano di uomo. Una voce mi invita ad alzarmi. “Ben arrivato Rocco, il mio nome è Adolf Stettermayer, ma puoi chiamarmi Kartoffen, non ti aspettavamo così presto! Vieni con noi Lui ti sta aspettando". Adolf è un bel uomo con chiari lineamenti ariani e il numero 7 tatuato sul petto. E’ accompagnato da Emilio, che dice di essere un soldato di origine italiana e un giapponese Hiroshi Goromaru. Tutti mi guardano con un sorriso e risplendono di luce propria.

Mi alzo e i tre mi accompagnano davanti a una tenda. Sento la voce di Adolf: «Entra Lui è lì».

Non so a chi si riferiscano, ma procedo senza farmi domande. Cosa vedo mi lascia senza parole. Un uomo è seduto su una specie di trono coperto da un velo trasparente con una gamba accavallata sul bracciolo. Assomiglia a me solo con qualche anno in più, un po’ di rughe in volto e alcune ciocche di capelli bianchi. Sdraiate al suo fianco su una grossa branda, due donne bellissime con le ali, totalmente nude, stanno dormendo con un sorriso compiaciuto e un foulart rosso, che lega i loro polsi alla testa del giaciglio.

Non lascio il tempo a quell’uomo di emettere verbo, con lacrime di gioia che mi solcano il viso esclamo: «Capitano Baracca!».

Si alza e viene verso di me. Nell’emozione sono in ginocchio senza fiato. Le sue parole mi riempiono il cuore: «Guglielmo, puoi chiamarmi papà! Sono orgoglioso di te, ora meriti tutto questo»

Mi appoggia una mano sulla spalla e si avvicina all’orecchio susurrandomi: «Ti dirò un segreto, gli angeli un sesso c’è l’hanno e qua di femmine ce ne sono molte. Benvenuto in Paradiso!»

sabato 25 giugno 2022

La caduta del gigante

 Alla luce di questa fioca candela, tra le mura della mia cella, posso scrivere su questo diario gli accadimenti degli scorsi giorni senza paura di essere preso per pazzo o eretico.

Celestino mi aveva avvisato che nel mio cammino mi sarei imbattuto in fatti che non avrei potuto condividere neanche col mio padre confessore, e qui li vado a narrare per chi, un giorno, forse leggerà queste pagine.

La situazione fuori dalla città è già di per se disperata. Ludovico è ferito gravemente, Rocco sta un poco meglio, Vasco, Gaetano ed io siamo in forma, ma troppo pochi per assaltare una base con un numero imprecisato di banditi, l'unica speranza è che il livello intellettivo sia quello di Lollo, altrimenti siamo spacciati sia noi che Simoncino.
Elaboriamo un rapido piano. La città è parzialmente fortificata, sul retro ci sono costruzioni diroccate che permettono di avere una buona visuale sul portone e piazza antistante, lì si posizionerà Vasco col fucile. Gaetano e Ludovico interverranno sfondando il portone e facendo irruzione e portandoci via, sperando ci sia qualcosa da portar via... che Dio ci assista.
Rocco ed io accompagniamo Lollo al portone, mi assale l'ansia. È un piano terribile, siamo pochi e feriti e ci aspetta una trappola. Non esitiamo, non esitiamo mai quando sentiamo che Nostro Signore è con noi!
Lollo prende la parola a sorpresa, grida di farlo entrare, dice che siamo amici! Che lo stiamo riportando a casa!
Si affacciano una decina di uomini dalle mura, penso che sono tanti, troppi, ho un nodo alla gola e mi si stringe lo stomaco. Ma il Signore è con me e guiderà la mia lingua ed il mio braccio fino alla fine di questa storia.
Con tono amichevole dico che abbiamo portato Lollo a casa, e che forse da loro c'è un nostro amico, e gli propongo lo scambio. Si aprono le porte e siamo accolti come amici, con abbracci e grida festanti, ci ringraziano di aver portato sano e salvo Lollo a casa. Lo scambio però non possono deciderlo loro, dobbiamo parlare con "mamma".
Siamo fottuti! In trappola e con un rapporto di 15 a 1 ! E come se non bastasse, con la coda dell'occhio, Rocco ed io notiamo che sul fuoco sta rosolando un cadavere umano mentre in un recinto sono rinchiusi un uomo ed una donna nudi con indosso maschere animali.
Prima di avanzare tra sudiciume, uomini che avrebbero da imparare l'igiene dai caproni e lo schifo generale in cui queste bestie senza Dio vivono, decidono di disarmarci prima di condurci dalla "mamma". Per fortuna sono stupidi, e non ci tolgono le spade ( e a Rocco le granate)
Ci conducono in profondità nei sotterranei di quella che un tempo era una torre. Più si scende più la puzza, la claustrofobia ed il senso di essere un topo in trappola si fanno opprimenti.
Accediamo ad una stanza di grandi dimensioni in cui filtra la luce del sole da piccole aperture molto in alto. Al centro della stanza c'è una donna dalle fattezze abominevoli seduta su una specie di carrello che le consente di essere trasportata. È una morta, di quelle pericolose, di quelle di cui si nega l'esistenza, di quelle di cui non si parla nei rapporti ufficiali.
Trattenere i conati di vomito è impresa titanica, ma il peggio ha ancora da venire.
L'essere immondo sta cercando di sopraffare la mia mente, tutti questi poveri ebeti sono marionette nelle sue mani, i suoi servi, e quando il recinto è vuoto probabilmente i suoi pasti.
Mantengo il controllo, lo sforzo è sovrumano, perdo lucidità, non ho coscienza di ciò che accade realmente intorno a me, vedo Rocco che perde copiosamente sangue dal naso! Sta male! Spero resista.
Il Signore guida le mie parole, mantengo la calma e propongo lo scambio, lei perde tempo, ci invita a rimanere, trovo scuse, le parole mi escono con la dolcezza di un rivolo d'acqua che solca la campagna. Rocco vacilla, la mano va all'elsa della spada, lo blocco! Sta male! Io sto male! Sono al limite!
Non so, sverro', vomitero' o mi sbaglierò sulla morta! Signore Aiutami!
Ed il Signore guida ancora le mie parole, la trattativa continuerà nel cortile, forse abbiamo ancora una speranza, non fosse almeno quella di morire come un sorcio tra merda e pezzi di cadaveri, mangiato da quell'essere ripugnante.
Usciamo, il senso di stordimento è ancora forte, la paura si è diffusa come incenso in chiesa, ci avvolge, non credo di aver mai sentito un senso di oppressione così pesante.
Tutti i presenti si mettono tra noi, la porta e la "mamma". Ora si che siamo fregati!
Rocco ha la lucidità di tentare di liberare Simoncino, lo vedo, mi passa una granata, ormai siamo in ballo, balliamo!
Vasco spara! Colpisce del carburante che detona creando confusione e scompiglio! Poi un secondo colpo, è quello che avvisa Gaetano!
Lancio la granata che a mezz'aria si ferma, torna indietro per cadere dentro la maschera che Simoncino si era appena levato. Esplode!
Rocco e Simone vengono investiti dalla deflagrazione, Simoncino muore sul colpo, Rocco è parzialmente riparato dall'armatura che limita i danni, ma la situazione è disperata. Fugge cercando di guadagnare l'angolo dell'edificio adiacente. È l'ultima volta che lo vedrò vivo, ed ora come non mai mi struggo di aver pensato di lui fosse un vigliacco

Il compito di Dio è quello di giudicare le anime, il mio è quello di fornirgliele!

Mi lancio nella mischia, solo!
In sottofondo grida, imprecazioni, sangue ed i colpi di Vasco che come un orologio segnano la fine di molti banditi!
Mi faccio largo a colpi di spada! Sfondo crani, lacero carni, mutilo uomini fino a trovarmi davanti la mamma!
La vedo, fa schifo, credo che anche il Diavolo l'abbia vomitata in questo angolo di mondo per non vederla mai più!
Il cranio spezzato da cui vedo parte del cervello, è opera di Vasco, credo sia riuscita abbellirla nonostante tutto!
Mi ci avvento contro con l'unico scopo di obliterare quell'abominio dal mondo. Il fendente si ferma, il mio braccio si ferma. È lei che mi ferma!
Non resisto, fuggo!
Un terrore primordiale mi attanaglia la mente. Sono confuso, cosa succede? Sono ancora vivo?
Si! Sono vivo! Ritorno parzialmente in me.
Guidato dall'istinto corro verso il mio expiator.
La mamma è stata fatta a pezzi, da cosa ancora non so. Gaetano sgomma nel cortile col camion mentre Ludovico spara alla cieca facendo una grandissima confusione ma pochissimi morti.
Un cingolato è contro un muro, acceso. I banditi fuggono, imprecano e non sanno cosa fare dopo essere stati liberati dal giogo della mamma.
Grido! Grido a squarciagola di occuparci dei morti, anche ai banditi! Se ritornano è la fine!
Cominciamo a fare a pezzi tutti i cadaveri, finché non ritroviamo Rocco. È sul cingolato.
Ora capisco, la sua fuga aveva lo scopo di prendere il controllo del mezzo, e così ha fatto. È stato lui che col suo ultimo respiro ha travolto e dilaniato la morta, rimettendoci la vita e salvando la nostra!
Non si è ancora risvegliato, per la prima volta non me la sento di calare "Libera nos a malo" su un cadavere, non sul suo. Non merita di andare via così!
In accordo coi miei fratelli decidiamo di imbottirlo con i suoi amati esplosivi e lo facciamo brillare! Così merita di andare Rocco! Con luce, fuoco ed un boato che si senta fino in Paradiso! Arriva Rocco mio Signore, abbilo in gloria che lo merita!

Sul rapporto ufficiale abbiamo convenuto di comunicare che la "mamma" era una donna di grande abilità comunicativa che con l'aiuto di erbe dalle facoltà psicotrope aveva preso il controllo di questa comunità di banditi. Fratello Simoncino al nostro arrivo era già stato ucciso e mangiato, e nel tentativo di annientare i banditi, fratello Rocco

era caduto con onore.

Questo e ciò che è successo, Dio mi è testimone.

Ed ora anche voi!

F.F.

lunedì 20 giugno 2022

Se sono vedove c'è un motivo

 

Siamo da poco giunti alla chiesa, cerchiamo di nascondere il camion nella parte posteriore dell’edificio e urtiamo il campanile facendolo crollare una parte. Fratello Vasco si era appostato sulla sua sommità come vedetta. Aveva appena scorto in lontananza venire verso di noi un blindato tedesco con una bandiera francese. Cerca di scendere per avvisarci, ma l’urto del camion ha fatto crollare le scale e quindi decide di lanciarsi , fortunatamente senza farsi nulla.

Decidiamo velocemente un piano, non sappiamo, se chi sta arrivando sia nemico o amico. Io, fratello Ludovico e fratello Gaetano stiamo con il nostro prigioniero di nome Lollo all’interno delle chiesa e lo teniamo d’occhio dicendogli di stare in silenzio. Fratello Furio si apposta dietro la porta e fratello Vasco, il nostro cecchino si mimetizza in una boscaglia poco vicina per coprirci in caso di attacco.

Il blindato si ferma davanti la chiesa, capiamo di essere stati scoperti e usciamo lasciando Lollo dentro. Dal blindato escono un gruppo di donne armate fino ai denti accompagnate da un inquisitore. A questo punto anche fratello Vasco esce allo scoperto e dopo un po’ di fraintendimenti ci presentiamo.

Disegno di Daniela Giubellini

Il gruppo di donne è formato da cacciatrici di morti rimaste vedove, da qui prendono il loro nome di “LE VEDOVE” e sono accompagnate da uomini di chiesa, dicono di stare cercando tre uomini, che si fanno chiamare gli arcangeli. Io essendo templare e quindi uomo di chiesa, ritengo che potrei avere un certo ascendente su qualcuna di loro. Sono infatti molto affascinanti, soprattutto la loro capo squadra. Su di lei volgo la mia attenzione, e dopo un sorriso e uno sguardo ammiccante mi trovo il suo fucile puntato in fronte. Immagino ora, che non gradisse le avances…

La situazione sembra volgersi al peggio per noi, ma soprattutto per me. Fratello Furio con grandi doti da mediatore riesce a tranquillizzare le acque e regalando un po’ del materiale trovato nella base tedesca riusciamo e soprattutto riesco ad avere salva la vita.

Visto il carattere, sicuramente i loro mariti se la sono vista brutta quando erano in vita.

Riusciamo ad avere anche qualche informazione delle Cicale e scopriamo, che dobbiamo dirigerci a Carcasson.

Le donne decido di ripartire e noi passiamo la notte alla chiesa, per riprendere la nostra missione alle prime luci dell’alba, dopo la preghiera.

martedì 14 giugno 2022

Il muro di Dio

 

La creatura si sta per avventare verso di noi, ma fratello Furio come muro ne ferma l’avanzare colpendola con forza inaudita con il suo expiator. Un arto del mostro viene staccato dal corpo e io e fratello Ludovico abbiamo la possibilità di dirigerci verso l’uscita. Dalla porta da cui è uscita la creatura un gruppo di morti avanza e fratello Gateano si butta contro loro, ma mentre cercava di attaccarli lo fanno cadere e si lanciano contro di lui.

Furio continua a tener testa alla creatura, Gaetano ormai è sotto a una montagnola di morti. Furio resiste a un colpo del mostro che fa trenare anche i muri, ma cade a terra vicino a noi. La bestia si avventa sul nostro baluardo, ma io con le ultime forze accendo l’expiator e lo colpisco, passando con la sega della mia arma, a pochi centimetri dal volto del mio compagno. Ho rischiato di fare a pezzi Furio, ma lui ha il tempo di riprendere la posizione di lotta e avanzare facendo a pezzi l’abomino. Fratello Vasco intanto aiuta Gaetano ad avere la meglio sui morti salvandolo da sicuro soffocamento.

Furio con la sua forza ci ha protetto erigendosi come muro di Dio sui suoi poveri inermi compagni.

La mia gamba e l’inguine di Ludovico continuano a sanguinare. Tenendoci le ferite ci avviciniamo all’uscita. Vediamo sul muro esterno della fabbrica una strana figura umana con ali e testa con grossi occhi da farfalla che ci osserva. L’essere ci fissa e dopo un po’ vola via. Fratello Ludovico sviene e solo l’intervento repentino di fratello Furio, che cuce la ferita sul momento, asportando un testicolo, da la possibilità al nostro compagno di salvarsi la vita fermando l’emorragia . Io me la cavo con una fasciatura stretta.

Gaetano sistema il camion e io e Ludovico ci mettiamo sopra a riposare, il nostro meccanico monta anche l’armamento della moto tedesca sul veicolo in maniera da armarlo per un eventuale scontro.

Furio e Vasco perquisiscono l’edificio. Nella sala dove c’era il tedesco trovano fogli che descrivevano di un fallimento del progetto falena, ma nulla di più. Entrando invece dalla porta laterale esterna, vista prima, accedono ad una cantina, in cui al suo interno veniva tenuto prigioniero un italo francese. L’uomo, che all’apparenza sembrava abbastanza tonto, ci rivela di far parte di un gruppo di banditi chiamati le cicale, che aveva attaccato il camion italiano su cui siamo ora, portandolo alla loro base con il templare che lo guidava. Per divertirsi, però aveva deciso di prendere il camion per farsi un giro ed era stato poi catturato lui stesso a sua volta dai tedeschi e portato li.

Ora abbiamo una pista per trovare fratello Simoncino.

Decidiamo di andare via da Lione e rifugiarci nella chiesa in cui avevamo passato la notte precedente per recuperare le forze.

martedì 24 maggio 2022

Granata!!! Ops!!!

 

Siamo all’ingresso della base tedesca. Abbiamo fatto un veloce controllo sull’esterno e abbiamo visto una piccola porta laterale chiusa dall’esterno e le gabbie aperte dei cani che ci avevano attaccato. Decidiamo di entrare dall’ingresso principale da cui fratello Ludovico era uscito tenuto in bocca da un cane a due teste. Ci troviamo un corridoio con due porte per lato e una frontale. Sono tutte chiuse e tolto dall’ultima a sinistra, da cui viene come un ticchettio di macchina da scrivere, non udiamo nulla. Decidiamo di aprirle in ordine per evitare eventuali agguati alle spalle. Spalanchiamo le prime porte, all’interno le stanze sono vuote con segni di sangue e colluttazione, ma nulla di più.

Apriamo quindi la porta di fronte a quella da cui proviene il ticchettio. Una scena raccapricciante si presenta ai nostri occhi. La stanza doveva essere un laboratorio chimico o di esperimenti. Il tetto è crollato, sicuramente era il luogo nel quale c’era stata l’esplosione e da cui proveniva il fumo, che avevamo visto. Dal soffitto brandelli di cadavere penzolano e un po’ ovunque sono sparsi. Gli arti ancora si muovono e capisco di non essere ancora pronto a tali scene di orrore.

Mentre tutti siamo colpiti dall’inferno che ci troviamo davanti agli occhi, un rumore di colpo su metallo proviene dalla porta frontale al corridoio e attira la nostra attenzione. Fratello Vasco e Ludovico decidono prima di aprire la porta da cui proviene il ticchettio. All’interno c’è un ufficiale tedesco dietro una scrivania con una macchina da scrivere. Si alza di colpo e inneggiando Hitler si spara alla tempia. I due fratelli si fiondano su lui per farlo a pezzi.

Il rumore di colpi sul metallo si fanno sempre più forti. Fratello Furio apre la porta frontale. Dietro c’è una porta metallica, una cella frigo. Qualcosa sta colpendola da dietro e i cardini stanno per cedere. Io sono scioccato da tutto cosa mi sta circondando. La paura prende il sopravvento e istintivamente lancio una granata contro la porta di metallo. Mentre lo faccio urlo granata, ma nessuno ha il tempo di ripararsi. La porta di ferro cade. Furio viene investito dalle schegge della granata senza subire danni e senza muoversi. La stessa sorte non possiamo dire di averla avuta io e fratello Ludovico. La mia gamba sanguina copiosamente mentre lui si tiene l’inguine e il suo mantello si tinge di rosso. Gaetano e Vasco hanno qualche graffio, ma non hanno il tempo di controllare. Dalla stanza con la porta metallica balza fuori un abominio. Una creatura umanoide che cammina a quattro zampe e attorno alle mani ha filo spinato e ringhia bramando le nostre carni.


venerdì 13 maggio 2022

Dio perdona, il fucile di Vasco No!

 


Raggiungiamo Lione, siamo incuriositi dalle luci ed esplosione udita nella notte. Il posto è molto surreale non si vedono persone ma solo case distrutte. Ci dirigiamo verso il centro città dove pensiamo provenissero. Iniziamo a sentire rumori di una fabbrica e muovendoci tra le macerie vediamo con sorpresa 2 soldati di guardia con divise tedesche a fianco di una moto con un grosso mitragliatore.

Propongo a Furio un piano, lui non sembra stia a sentirmi, ma lo ripete nello stesso modo. Io e fratello Ludovico ci avvicineremo muovendoci silenziosamente tra la boscaglia vicina. Fratello Ludovico dovrà sparare alla guardia di destra e io dovrò difenderlo in caso ci trovassimo in corpo a corpo con altri soldati. Fratello Vasco invece che sta con il resto del gruppo, visto le su abilità da cecchino dovrà mirare sul soldato di sinistra.

Sembra tutto perfetto, io e Ludovico ci appostiamo e diamo il segnale con i cicalini. Vasco spara e centra il cuore del primo tedesco, che cade a terra. Ludovico quindi si alza per sparare al secondo, ma si incanta… Rimane bloccato come in estasi. Lo incito a sparare, ma nulla. Il tedesco rimasto solo risponde verso di noi al fuoco vedendo Ludovico imbambolato e colpisce me ferendomi a una spalla. Insulto fratello Ludovico affinchè si sproni e prema quel grilletto. Finalmente si decide e colpisce il nemico.

Recuperiamo armi, lasciamo la moto e i cavalli. Scopriamo dalle divise, che i due tedeschi fanno parte di un gruppo speciale di ricerca scientifica militare. Avanziamo e troviamo un portone di rete metallica sorvegliato da due guardie. Esce un camion tedesco e in lontananza vediamo un camion italiano. Una piccola colonna di fumo si alza dallo stabile centrale che è segnato da un’esplosione. Probabilmente quella udita la notte scorsa.

Visto che di cecchini nel gruppo c’è ne solo uno, non ci fidiamo di ripetere il piano di prima. Lasciamo Vasco a coprirci le spalle e noi ci dirigiamo verso l’ingresso. Viene affidato a me con una granata il compito di far saltare guardie e portone. Neanche a chiederlo e siamo già dentro con altri due tedeschi fatti fuori. Scatta però l’allarme e un branco di pastori tedeschi arriva inferocito contro di noi. Io, fratello Gaetano e Furio ci dirigiamo verso il camion italiano, fratello Ludovico invece entra in una porta della palazzina centrale. Vasco con mira infallibile centra 2 cani e a noi basta fare a pezzi gli altri due mentre Gaetano mette in moto il camion. Scopro che forse l’expiator è troppo per uccidere un cane. Lo faccio a pezzi, ma colpisco con la sega una ruota posteriore, Gaetano capisce e impreca!

La situazione sembra risolta, ma la porta da cui era entrato fratello Ludovico viene sfondata dall’interno e balza fuori un grosso cane mastino a 2 teste. Rimaniamo un po’ scossi anche perché tra una delle mascelle del cane c’è Ludovico tenuto per il collo. Ludovico sembra essere ancora vivo, l’armatura lo stava proteggendo, anche se si vede che è mezza distrutta. Dobbiamo agire in fretta. Neanche il tempo di pensare e sentiamo sparare fratello Vasco e vediamo esplodere l’altra testa del cane. Ludovico viene lasciato dall’abominio e noi abbiamo il tempo di ucciderlo.

Vasco ancora una volta ti dobbiamo la vita. Nell’attesa che il nostro super cecchino ci raggiunga, prima di entrare nella palazzina, controlliamo sul camion e troviamo fucili italiani e un bazuka tedesco. Lasciamo li tutto e ci addentriamo nell’edificio.

sabato 1 febbraio 2014

L'oro di Kartoffen

Bisognava ammettere che, data la dipartita di Kartoffen, si era liberato un posto in auto e il nuovo venuto condivideva con il crucco almeno alcuni aspetti, come la grande disponibilità al tradimento e alla diserzione, visto che, pur appartenendo fieramente (a suo dire) al corpo dei bersaglieri, si riprometteva di non tornare mai più in patria, e come l'appartenenza alla schiera dei nostri nemici nella guerra mondiale.
Baracca giurò di essere disposto a dare la vita per noi se l'avessimo preso nel gruppo (ma rifiutò ogni ipotesi di pagamento anticipato), colpì una lattina con una scarica di mitra, dimostrando insieme la sua precisione e la sua scarsa astuzia, visto che aveva consumato metà caricatore per impressionarci, asserì di conoscere bene le vie, mostrò un prezioso orologio d'oro appartenuto a suo padre, un caro ricordo che era prontissimo a barattare con un biglietto per gli USA, infine ci prese per sfinimento e (anche grazie alla corruzione a suon di tabacco operata verso Joe) accettammo di portarlo con noi.

La prima tappa fu il paese nel quale sapevamo che Kartoffen aveva occultato l'allora suo, ora nostro tesoro: non era lontano e quasi sulla via per Lisbona: ci arrivammo in poco più di un'ora.
Lo scenario era inquietante: il paese era disabitato e ridotto a macerie come molti altri nelle terre perdute, ma fra le rovine pareva annidarsi qualcosa di malvagio. Mirammo diritti alla piazza principale, nella quale si trovava la fontana sotto una lastra della quale Kartoffen aveva riposto il tesoro. Trovammo subito il nascondiglio: la botola era spalancata e lo scomparto desolatamente vuoto. Joe dichiarò che certo Kartoffen non poteva essere stato così ingenuo da non prevedere un doppio fondo, invece risultò che era stato così ingenuo. Per un attimo Joe valutò l'ipotesi di tornare al Louvre per accertarsi che la morte inflitta dal micio a crucco fosse abbastanza dolorosa, ma non avevamo tempo.
Improvvisamente, udimmo un rumore provenire dal Municipio, che si trovava proprio davanti alla fontana. Occupammo l'edificio con una rapida e brillante operazione militare: era vuoto. C'era solo una radio. L'accendemmo, e subito cominciò a gracchiare un messaggio: era una comunità di sopravvissuti che abitava in un paese lì vicino e posto proprio sulla strada per Lisbona, su una montagna, e che asseriva di avere abbondanza di armi e viveri, nonché di essere disposta ad accogliere chiunque.
In altre parole: una chiarissima esca per chissà quale trappola.
Quando, poche ore dopo, passammo in prossimità del paese dichiarato, notammo una serie di drappi rossi inerpicati per una via di montagna e che chiaramente indicavano l'itinerario per raggiungere la comunità. Ci fermammo lì giusto il tempo per fare a pezzi tre morti (due civili e un tedesco in divisa, che dal foro alla tempia pareva chiaramente essere stato giustiziato: ma che diavolo ci faceva così lontano dalle sue linee?), per perquisirli senza trovare nulla di utile e per rimirare il paesaggio mozzafiato.
Poi ripartimmo. Chissà se avevamo fatto bene a ignorare il villaggio? Facilmente erano loro ad avere il tesoro di Kartoffen, ma forse, in quanto americani, saremmo stati imbarcati senza che ci fosse richiesto il prezzo del biglietto.

E poi il Signore ha prescritto di vivere in povertà, che diamine!

lunedì 27 gennaio 2014

Un nuovo amico per il Cap. Webster

Probabilmente Kartoffen meritava la triste sorte che ha avuto. Non per le stragi e le persecuzioni perpetrate nella sua militanza nelle file tedesche, forse, perché di quelle si era pentito (credo); non per il suo contributo alle aberrazioni create dal Reich, giacché di quello si era riscattato rivelando quanto sapeva in quel laboratorio inglese; sicuramente, però, per il solo peccato che non conosce redenzione: rinnegare il vero Dio.
Io provai a richiamarlo alla realtà, a ricordargli la vera fede per mezzo della radio con cui comunicavamo con lui tenendoci, a distanza di sicurezza, fuori dal Louvre: nemmeno il mio ammonimento ebbe effetto alcuno. Ebbene, che rimanesse con quel demone felino che adorava in veste quasi divina, e che andava divorandogli un dito dopo l'altro, mentre Kartoffen si compiaceva, come avviene a tutti coloro che si votano a Satana e nel piacere perdono l'anima e il corpo.
A dire il vero, forse per un attimo il nostro crucco ebbe un barlume di lucidità, perché udimmo un “Ahia!”, e intravedemmo i Reichguard chiudersi su di lui, e trascinarlo nelle cantine del Louvre. Joe decise che quella non era una morte degna del nostro compagno, e ratto come la folgore gettò nella sala principale del palazzo, vicino alle guardie, un palla di potentissimo esplosivo al plastico, capace forse di spazzare via morti e vivi. Disgraziatamente, si rese tosto conto di aver tralasciato un particolare: come innescare l'esplosivo?
I mostri si allontanarono fra le tenebre degli scantinati in tutta tranquillità.

Non appena essi furno scomparsi, io decisi, solo ed audace (e forse financo un tantino idiota) di penetrare nel museo e verificare lo stato di conservazione dei gioielli della corona che un tempo vi erano custoditi. Entrai nell'edificio, mentre in lontananza si udiva uno strano suono di tromba. L'ingresso era vuoto, così, cauto e silenzioso, mi diressi verso l'ala che mi interessava: qualcuno l'aveva saccheggiata! Non era rimasto nulla dei preziosi! Dal Giorno del Giudizio la civiltà aveva smesso di esistere sulla terra, era tramontato ogni rispetto per la cultura.
Indignato, mi calai da una finestra, per evitare di dover passare di nuovo davanti all'ingresso degli scantinati, che mi incutevano un certo timore.

Tornato dai compagni, li trovai intenti a dialogare con uno strano personaggio: era un italiano, affermava di chiamarsi Baracca e veniva dal Sanctum Imperium con la tromba e con un messaggio per i partigiani francesi, ma si dichiarava amante degli Stati Uniti. Si esprimeva in un inglese buffo, quasi incomprensibile, ma ci fece chiaramente capire che ci implorava di poter venire con noi a Lisbona, e poi negli Stati Uniti (Paese con il quale argomentava di avere affinità in quanto nato a Filadelfia in Sicilia). Il nostro Comandante, giustamente, nicchiava: perché il nuovo venuto intendesse, al di là delle incomprensioni linguistiche, il suo scetticismo sul farlo venire con noi, il Capitano cominciò con lo sparargli qualche colpo fra le gambe, ordinò a me di arrostirgli qualche capello con il lanciafiamme e a Joe di fargli saltare via il cappello. Invano: l'ostinato personaggio continuò a tediarci con le sue richieste per tutto l'itinerario verso il rifugio dei partigiani.
Qui giunti facemmo rapporto, senza omettere nulla (erano stati tra l'altro i partigiani stessi a saccheggiare avidamente il Louvre per finanziare le loro attività: pare che avessero perfino resituito la Gioconda agli italiani in cambio di sostegno logistico), e meritammo così la nostra Jeep, che si rivelò essere una sorta di autoblindo leggero francese giallo e rosso (rossa con capottina gialla

lunedì 20 gennaio 2014

Il segreto del Louvre

Oh follia e vanagloria degli uomini! Il palazzo del Louvre, già simbolo di sfarzo e potere terreno, si stagliava davanti a noi, fortemente danneggiato dai bombardamenti, perché i superbi saranno umiliati e gli umili esaltati! L'antica reggia versava in uno stato così pessimo che era impossibile stabilire a prima vista se l'ala dei Fiamminghi del Cinquecento sarebbe stata accessibile, per non parlare della Gioconda, per ammirare la quale avevamo addirittura portato un taglierino.
L'edificio sembrava deserto, anche se sapevamo benissimo che non lo era, e udimmo anzi un inquietante suono simile ad un miagolio. Tutti si chiesero cosa potesse essere: io ipotizzai che potesse trattarsi di un gatto, ma la mia idea fu rigettata come fantasiosa.
Si riaccese una discussione: da dove entrare? Kartoffen sconsigliava l'entrata principale: “Potremmo usare una presa d'aria”, suggeriva l'accorto stratega. Il Capitano, ancora più accorto, gli fece notare che palazzo grande non significa prese d'aria in proporzione, e che del resto Kartoffen si era dimostrato troppo grosso per entrare in un carro armato, figuriamoci in una presa d'aria.
Di fatto, i francesi si erano dimostrati abbastanza furbi da non usare per accumulare inestimabili tesori d'arte un palazzo con prese d'aria abbastanza grandi da far passare un uomo, così entrammo dalla porta principale, dopo aver schierato l'intera truppa dei disertori tedeschi nascosti nei dintorni e pronti a coprire col fuoco un'eventuale ritirata. Solo il sergente venne con noi.

Superammo senza problemi (e senza pagare) la biglietteria, e appena entrati nell'atrio notammo che le vie d'accesso al piano superiore erano bloccate dalle macerie. Stavamo valutando se optare per l'ala dei reperti mesopotamici o per quella dei gioielli (con una netta inclinazione per questi ultimi), quando Kartoffen stupì tutti inginocchiandosi e cominciando a omaggiare un certo “Imperatore”, implorandolo di mostrarsi.
A dire il vero, per il momento si rivelò solo uno di quei cadaveri nazisti, che fulmineo uscì dall'ombra e ferì Kartoffen alla spalla. L'avrebbe senza dubbio massacrato, ma il nostro crucco biascicò alcune parole, ed il mostro di fermò, come raggelato. A fatica, Kartoffen si sottrasse al fatale abbraccio, solo per offrirsi alle nostre inquisizioni: dovette rivelare che sapeva cos'erano quei mostri, perché aveva partecipato alle prime fasi della loro progettazione. Erano i Reichward, macchine da guerra potentissime, ma per fortuna conosceva un ordine per fermarli. A suo dire, non aveva ordini per comandarli né poteva rivelarci quello di stop, perché di sicuro l'avremmo pronunciato male. Del resto, quei Reichward in particolare parevano essere soggetti a qualcosa di tremendo, visto come era stato tardo il mostro ad ubbidire.
Joe stava già studiando un carretto a trazione Reichward, data la rapidità del mostro, quando si sentì un nuovo miagolio, ed il cadavere modificato fuggì nelle profondità del museo. Pochi istanti dopo, dalle tenebre uscirono ben diciannove Reichward, che si suddivisero in due ali attorno a noi, lasciando fortunatamente libera la porta.
Non parevano minacciosi, ma Kartoffen ci gridò di inginocchiarci: arrivava l'Imperatore. Ubbidimmo, ed ecco comparire...un gatto! Un gatto che emetteva (pensate un po') dei miagolii, e che aveva sembianze poco europee. Non sembrava pericoloso, anzi si avvicinò a noi, e più precisamente a Kartoffen, il quale continuava ad omaggiarlo come Imperatore. Per non essere da meno, mentre mi prostravo provai a rivolgermi a lui come a Bastet, ma sembrava interessato solo al crucco.
I miei impavidi compari cominciarono a praticare una notevole forma sportiva, che consisteva nel quasi impercettibile movimento di ginocchia e di piedi che permetteva di arretrare verso la porta d'uscita quasi senza cambiare posizione. Solo io rimanevo al fianco di Kartoffen, di fronte al misterioso felino.
Se avevamo immaginato che il nostro buon Otto Kartoffen avesse un piano, oltre a gridare per invocare il Signore del Louvre per richiamarlo davanti a noi, sbagliavamo: sembrava capace solo di ripetere atti di sottomissione all'illustre Imperatore. Improvvisamente, però, cambiò strategia, passando da “Illustre signore” a “bel micino”, allungando la mano per accarezzarlo. Il gatto non si dimostrò infastidito, anzi parve gradire, solo che...staccò con un morso l'indice destro del nostro, mettendosi poi placidamente a mangiarlo, facendo le fusa.
Anche io cominciai a praticare lo stesso esercizio dei miei compagni, iniziando il mio moto immobile verso la porta. La bestiola sembrava intanto gradire il dito di tedesco, così prese anche l'anulare. Kartoffen ne sembrava felice.

Intanto, io avevo raggiunto gli altri sulla soglia del museo, e con un balzo avremmo potuto essere fuori. La missione era stata portata a buon termine: avevamo scoperto cosa si nascondeva al Louvre, avremmo potuto andarcene e incassare la Jeep. Ma che sarebbe stato del nostro amico amante dei felini? E i maestri fiamminghi del Cinquecento? Il Capitano, con la consueta autorevolezza, allora proclamò: “Nessuno del mio gruppo resta indietro. Però è anche vero che Kartoffen non è mai stato veramente parte del gruppo”.

sabato 11 gennaio 2014

Anche Kartoffen può servire

La vita, così sconvolta dopo l'Apocalisse, non manca mai di fornire motivi di meraviglia: forse per questo il Nostro Signore ci ha vietato di uccidere il prossimo. Io, ad esempio, non mi sarei mai e poi mai aspettato di essere d'accordo con Kartoffen e di avvalermi del suo appoggio per un'opera di giustizia. Dunque, è stato bene non ucciderlo (ancora).

Nonostante il coraggio che contraddistingue i membri del nostro gruppo e la tentazione di avere un mezzo capace di portarci a Lisbona su quattro ruote, andare al Louvre e scoprire cosa aveva richiamato gli inarrestabili mostri nazisti non era questione da prendere alla leggera. Il Capitano, in particolare, argomentava che sarebbe stato più prudente “andare a Lisbona a piedi che visitare il Louvre”, osservando per inciso che “ci potrebbero pure andare loro, al Louvre, se sono così curiosi” (come se non fossero da compatire per il poco coraggio che il Signore aveva loro donato, invece di condannarli); il Pagano gli dava corda, mentre Joe nicchiava, sostenendo tra l'altro che “il Fato crudele (anche noto come “il Master” NdR) ci toglierà di certo la Jeep entro pochi chilometri da Parigi”.
Solo io ed il crucco sembravamo decisi ad accettare la proposta dei partigiani parigini. Eppure, l'opportunità di andare al Louvre era evidente:
-        senza un mezzo a motore non saremmo mai arrivati a Lisbona prima della partenza del transatlantico;
-        la guerra ai nazisti non era mai stata dichiarata conclusa, ed era nostro dovere militare aiutare i partigiani a combatterli;
-        si trattava di una straordinaria occasione di arricchimento culturale;
-        avremmo potuto visitare le sale dei fiamminghi del Cinquecento.
Alcuni sostenevano che fosse meglio arrivare a Lisbona vivi ma in tempo, sicché alla fine dichiarai che, trattandosi di una nobile missione, se fossimo morti compiendola le porte del Paradiso sarebbero state aperte per noi.
Dopo una simile, solenne dichiarazione, io e Kartoffen ci mostrammo decisi ad andare al Louvre anche da soli; Joe si dispose a seguirci dopo aver contrattato con i partigiani un aumento della paga, ottenendo armi, munizioni e anche un nuovo bazooka; il Capitano si rassegnò a seguirci, comprendendo che il gruppo aveva democraticamente scelto e che, oramai, non eravamo più un drappello militare ma una squadra di commilitoni che collaboravano per salvarsi. O, forse, “per salvare il culo a degli idioti”.
Così, più o meno concordi, ci avviammo verso il Louvre, in compagnia di un altro crucco che militava oramai da anni fra i partigiani e da un drappello di ex commilitoni che avevano del pari disertato. La camminata fra le macerie di Parigi – lato francese (mentre oltre il muro che delimitava la zona tedesca la situazione sembrava decisamente migliore) fu resa meno monotona dal massacro di un paio di simplex già partigiani e da allegri cori in onore di Otto von Skorzery, oramai assunto a simbolo ed emblema di tutti i tedeschi disertori “per idealità” e per questo esaltato dallo sparuto drappello quasi con lo stessa forza con la quale il resto dei compatrioti avrebbero voluto averlo fra le mani.
Fu una faticaccia tenere a freno il nostro Otto Kartoffen dal rivelarsi.

Infine, intravedemmo quel che restava dello splendido palazzo del Louvre.

sabato 14 dicembre 2013

Il segreto del Louvre

Soli sulla deserta spiaggia di Le Havre, discutemmo brevemente sulla strada da seguire. Il ritorno in Inghilterra era precluso dalla pesca miracolosa di Kartoffen, così come un disperato inseguimento del transatlantico: non si intravedeva alcuna barca in grado di prendere il mare. Qualcuno accarezzò anche l'idea di percorrere il nord della Francia alla ricerca di un'imbarcazione per tentare la traversata oceanica con mezzi propri, ma – anche ammesso di trovare qualcosa e di voler correre il forte rischio – non avremmo mai trovato abbastanza carburante.
Decidemmo così di avviarci a Lisbona, non senza passare prima dalla vicina Parigi per recuperare l'oro di Kartoffen e, possibilmente, un mezzo di trasporto: nessuno di noi era un genio in geografia, ma sappiamo tutti che l'Europa è grande come il Texas e che Lisbona è al capo opposto, rispetto a Parigi.
Ci avviammo a piedi: gli Angeli avevano detto che la città era a due passi, e infatti molto presto ci trovammo fra le rovine della periferia. Ancora qualche istante, e udimmo una voce da dentro un rudere intimare di identificarci. Dalla parlata francese, indovinammo che si trattava di partigiani, così dicemmo di essere soldati americani. Deponemmo le armi, e subito un drappello di tre individui si fece avanti. Eravamo fortunati: si trattava di giovanetti imberbi, era probabile che non avessero mai sentito parlare di Otto, e infatti non lo riconobbero. Furono, anzi, molto gentili: conosciuta la nostra meta, il capo ci offrì anzi ospitalità per la notte nel loro rifugio segreto.
Mentre discorrevamo, il Pagano e Kartoffen ebbero l'intuizione di una bestia umanoide che si celava nell'oscurità di qualche casa diroccata e ci spiava. Era possibile, come ci confermarono i partigiani: si doveva trattare del Divoratore, probabilmente un esperimento nazista che ogni notte minacciava le loro vite.

Seguendo un paio di partigiani assegnatici come guide, raggiungemmo in breve tempo una galleria della metropolitana che era stata adattata a rifugio di alcune delle brigate della resistenza francese, quanto meno della Liberté, della Egalité, della Fraternité e della Marat (poco fantasiosi e poco religiosi, questi giacobini), e forse anche altre di cui non incontrammo membri.
Dopo aver superato qualche posto di blocco urlando insulti ai crucchi come parola d'ordine (incluso un pittoresco vituperio ai danni di Otto von Skorzery, che si era imbrattato ad arte il volto) e subito un rimprovero a distanza a carico del capo partigiano che ci aveva lasciato entrare con troppi pochi controlli, ci fu permesso di accucciarci in un anfratto coperto di paglia per la notte. 
Non era certo un posto tranquillo, anche se non capivo il francese so che nella notte fui svegliato: a quanto intendemmo, anche e sopratutto grazie all'interpretazione di Kartoffen che nel suo passato da spia aveva sviluppato un notevole poliglottismo, il Divoratore aveva colpito ancora, e proprio il caposquadra che ci aveva ammesso al rifugio era sparito.

Dormimmo in modo agitato. Fummo svegliati da una delegazione di capi partigiani con un'offerta molto interessante: aiuto in una missione in cambio di un mezzo a raggiungere Lisbona. Eravamo molto interessati, caspita!
Mesi prima, i partigiani avevano subito un disastroso attacco da parte di esseri nazisti (morti potenziati sotto il controllo umano? Mostri geneticamente modificati?) che sembravano inarrestabili e stavano causando disastri, quando d'improvviso si era udito un urlo provanire dal Louvre. Tutti gli esseri si erano diretti, come rispondendo ad un richiamo, verso l'antico museo (che si trovava nella parte della città controllata dai francesi), vi erano entrati, e da allora non si era più saputo nulla di loro. Solo uno non aveva raggiunto il Louvre, cadendo in una trappola, ed era stato ucciso non senza difficoltà.
Ora, la domanda era: chi – o cosa – si nascondeva nel Louvre? Nessuno dei partigiani, salvo un rinnegato tedesco, aveva il coraggio di andare a scoprirlo.
Servivano degli eroi, o dei pazzi.


lunedì 9 dicembre 2013

Incontro o r-incontro!!!



Gli Angeli! No, di più, gli Arcangeli!

Essi sono tornati fra noi, nuovamente mi hanno illuminato con la propria presenza, dopo che già mi avevano sollevato dal fango e indicato la retta via del Signore, mentre ero immerso nel peccato!

Essi ci attendevano. Sbarcati a Le Havre nel modo poco ortodosso di cui ho già parlato [Kartoffen aveva pescato una bomba affondando il peschereccio], trovammo solo una spiaggia deserta. Strano, ci saremmo attesi una folla desiderosa di rientrare in America, invece non c'era nessuno. Poi, comparvero Loro: Michele, Gabriele e Raffaele! Si diressero verso di noi, e non appena riconobbi le loro umane sembianze mi gettai ai loro piedi, devotamente elogioandoli.
Con l'umiltà che li caratterizza, si schernirono, non accettando l'esaltazione. I miei compagni erano perlessi: non capivano la loro altissima autorità, e quasi pareva loro che la mia dignità di Reverendo fosse sminuita perché l'investitura non era avvenuta da parte della Chiesa, ma da ben più eccelsa Autorità.

Essi ci hanno indicato la via. Mentre con il solo tocco delle mani (e con un kit di pronto soccorso) curavano le piaghe di Kartoffen, ci posero alcune domande, e ci rivelarono che un altro transatlantico era in partenza per Lisbona. Mi chiesero anche se sapevo con chi mi stavo accompagnando, ma compresero bene che solo con noi c'era per lui speranza di redenzione, e il buon pastore non abbandona la pecorella smarrita, nemmeno se si tratta di un crucco feroce.

Infine, Essi si sono allontanati, lasciandoci sulla spiaggia con il nostro libero arbitrio.
Ma so che li rivedremo.

giovedì 28 novembre 2013

Il comandante Kartoffen



In quel mentre, sentimmo bussare alla porta. Joe, spostò il mobile, ripose la sedia, rimosse il capello, aprì la porta: era Lisa. La fanciulla entrò, poi Joe incollò un capello fra stipite e porta, appoggiò la sedia, spostò il mobiletto. Lisa veniva a salutarci: non sentendosi accettata, aveva deciso di restare lì ancora per qualche giorno, per poi spostarsi autonomamente in Francia, quando oramai noi saremmo già stati sul transatlantico, in viaggio verso casa. Ci salutò con calore (salvo Joe e Kartoffen, che fu del tutto ignorato). Accolse anche la mia gentile offerta di essere confessata, sicché io ora so chi fra lei e Joe aveva mosso le avances, ma non posso rivelarlo perché è coperto da segreto professionale (o confessionale che dir si voglia). Certo, era la spiegazione che qualsiasi essere di buon senso avrebbe dovuto raggiungere da sé.
Lisa non passò nemmeno la notte con noi. Joe spostò il mobile, ripose la sedia, rimosse il capello, fece uscire Lisa, poi incollò un capello fra stipite e porta, appoggiò la sedia, spostò il mobiletto.

Dormimmo un paio d'ore, e la mattina ripartimmo, con la sola Jeep, verso Brighton, dove si diceva fossero rimaste molte delle barche in disarmo dai tempi della guerra. Vi arrivammo senza intoppi, e  non faticammo molto a trovare un peschereccio in condizioni non troppo disastrose, in grado di prendere il mare con pochi accorgimenti. Eravamo quasi pronti quando il Pagano cominciò a mostrare segni di inquietudine, e in effetti, poco dopo, comparve in fondo alla strada la figura funesta di Skinner, il morto forse diabolicus che avevamo visto a capo di una schiera di morti intento a saccheggiare città! Il varo del nostro peschereccio fu eseguito a rapidità da record, ed eravamo già in mare quando Skinner giunse al molo, e ci guardò sibilando che ci saremmo rivisti. Era comunque chiaro che, se avesse voluto, avrebbe potuto prenderci.

La notte ed il viaggio procedettero quasi tranquilli, salvo un paio di aspetti inquietanti. A metà notte, passò non lontano da noi una figura immensa, che non faticammo a riconoscere con un sommergibile tedesco. Per fortuna ci ignorò, ma non era consolante pensare che ci saremmo imbarcati su un transatlantico statunitense con sommergibili tedeschi in giro. L'aspetto più pericoloso era, però, la presenza di Kartoffen a bordo.
Dormimmo, ma il risveglio la mattina non fu piacevole: una tremenda esplosione distrusse la barca. Solo io, grazie alla protezione del Signore, e il Pagano, grazie alla buona sorte, raggiungemmo indenni la riva non lontana, mentre gli altri persero gran parte dell'equipaggiamento in mare. Tutti, però, sopravvivemmo: che era successo? Eravamo stati attaccati?
No. Semplicemente, Kartoffen, all'ultimo turno, aveva pensato che avremmo gradito una colazione di pesce e aveva gettato le reti nelle minatissime acque davanti al porto di Le Havre. Aveva pescato una bomba.


domenica 24 novembre 2013

Pignolerie



Un'altra notte insonne. E non dico insonne per osannare il Signore, come sarebbe pure giusto e comprensibile, ma per discutere fra umani: nemmeno la consapevolezza di trovarsi fra mura amiche ci poté regalare il riposo dei giusti – forse perché alcuni fra noi giusti non sono.
Quando ci fu assegnata una camerata tutta per noi, con i due custodi di Kartoffen davanti alla porta, io avevo sperato nel riposo, ma non tutti condividevano la mia stessa fiducia. Gli iniqui temono l'iniquità.
Joe approntò un ragguardevole dispositivo di sicurezza (o meglio di paranoia): incollò un capello fra stipite e porta per verificare che nessuno l'aprisse e richiudesse a sua insaputa, appoggiò una sedia al legno della porta per essere svegliato dal rumore di chi fosse entrato e un mobile per rendere più difficoltosa l'apertura. Non appena ebbe finito, Kartoffen gli chiese di parlare con lui in privato.
Joe spostò il mobile, ripose la sedia, rimosse il capello e uscì con il crucco. Noi eravamo alquanto irritati da un simile contegno di segretezza, anche perché la nostra fiducia era oramai limitata. Dopo molti minuti rientrarono: Joe incollò un capello fra stipite e porta, appoggiò la sedia, spostò il mobiletto. Allora il Capitano pretese quanto avevamo concordato: che Joe e Kartoffen ci raccontassero separatamente cosa si erano detti. Per primo volemmo sentire Joe, che così  spostò il mobile, ripose la sedia, rimosse il capello, fece uscire Kartoffen (e su richiesta di questi anche Lisa) e poi incollò un capello fra stipite e porta, appoggiò la sedia, spostò il mobiletto.
Ci raccontò che Kartoffen gli aveva chiesto appoggio, rivelando che aveva grandi ricchezze in oro nascoste in Francia, con le quali avrebbe potuto pagarci il biglietto verso gli Stati Uniti; avevano poi parlato dei morti; infine, gli aveva chiesto del litigio con Lisa, e lui gli aveva risposto che lei gli aveva fatto delle avances, ma lui aveva rifiutato.
Nessuno di noi prestava veramente fiducia a quanto diceva; specialmente il rifiuto alle avances di Lisa (la cui immagine femminile era bene impressa nella mente di ciascuno) pareva davvero inverosimile, salvo le ipotesi di omosessualità. Io non potei fare a meno di rimarcare come questo fosse peccato. Joe provò a discolparsi alludendo ad una probabile difficoltà nell'igiene intima, ma nessuno gli diede veramente credito. Joe ci nascondeva qualcosa.
Il Capitano, invece, confermò la questione delle ricchezze nascoste: lui stesso ne era a conoscenza da tempo, da quando aveva accolto fra noi il crucco, e da tempo sapeva anche la sua vera identità, ma asserì di aver tenuto tutto nascosto per tenere coeso il gruppo e perché contava di poter usare gli ori del nazista.
Facemmo entrare Kartoffen.
Joe spostò il mobile, ripose la sedia, rimosse il capello, fece entrare Kartoffen e poi incollò un capello fra stipite e porta, appoggiò la sedia, spostò il mobile. Lo mettemmo spalle al muro perché non potesse comunicare con il suo sospetto interlocutore. La versione di Kartoffen fu considerevolmente diversa: certo, ammise di aver parlato di morti, ma questo era il meno. Tanto per cominciare, secondo lui era stato Joe a provarci con Lisa, e non viceversa (e qui la versione pareva più affidabile), in secondo luogo non citò le ricchezze. Solo al confronto bofonchiò che chi si era fatto avanti, fra Joe e Lisa, era un particolare irrilevante, e dovette ammettere la questione del suo tesoro, assicurandoci però che l'avrebbe diviso con noi, e che anzi era sua intenzione sin dall'inizio.
Decidemmo di tenerli fra noi, ma chiedemmo se qualcuno avesse qualcosa da nascondere.
Il Pagano sostenne di avere talora delle sensazioni su fatti che avrebbero avuto conseguenze nefaste, ma non disse nulla circa l'essere a volte posseduto dal Demonio.
Io, per conto mio, dissi che avevo ricevuto il  sacerdozio da un'Autorità ben più alta di quella ecclesiastica. Qui devo dire che ricevetti accuse infamanti.
Kartoffen, alle mie critiche e alla mia ipotesi che il Giudizio fosse arrivato, mi accusò di non sapere nulla della morte e della vita oltre la morte. Lui, lui che non aveva nemmeno letto l'intera Bibbia! Fremetti d'indignazione, e gli promisi di leggergli tutte le Sacre Scritture. Non osò ribattere, sconvolto da tanta Verità.

mercoledì 20 novembre 2013

La Dottoressa (Papessa) alle grandi manovre...



Quasi appena arrivati, avemmo l'onore di conoscere la dottoressa Diana Selftidge: una donna sui quarant'anni decisamente avvenente, che stava conducendo studi sui morti. Ma i primi scambi di vedute non furono sui morti, bensì su Kartoffen. La reazione dei più autorevoli dei nostri ospiti, nel vederlo, fu simile a quella che aveva avuto Liza: estrema durezza. Anche loro avevano non solo intuito che non era chi diceva di essere, ma anche riconosciuto la sua vera identità. Kartoffen provò a tergiversare, ma niente meno che Otto Skorzery, uno dei più noti ufficiali delle SS, la mente dietro la liberazione di Mussolini, colui che quasi era riuscito ad effettuare un attentato ai danni di Churchill, Stalin e Truman a Teheran! Sapevamo che ci nascondeva qualcosa, ma non immaginavamo tanto!
I nostri ospiti incalzarono il traditore tedesco con domande: in particolare, non riuscivano a capire cosa lo avesse spinto a lasciare la Germania, visto che là avrebbe potuto avere una posizione di grande prestigio. Kartoffen rispondeva, semplicemente, che non voleva servire i morti. Strano, visto che, come ci fu rivelato, aveva guidato il team nazista che aveva compiuto le prime sperimentazioni genetiche sui morti condotte dal Reich per creare mostruosi esseri al suo servizio, compresa una serie di cloni supersoldati (uno dei quali era il vecchio pazzo che aveva scoperto al castello).
Io pensai che era certo un uomo malvagio, ma se il Signore l'aveva posto sulla nostra strada, era senza dubbio per un motivo valido. Voleva che io lo redimessi? Era possibile. Inoltre, forse voleva che le conoscenze dei tedeschi fossero rese note, tramite lui, a questi inglesi che stavano cercando una cura per l'epidemia. Così, con il consenso del Comandante e degli altri membri del gruppo, ottenemmo che la vita di Otto Kartoffen fosse risparmiata: avrebbe rivelato le sue conoscenze sui morti, e noi lo avremmo portato via con noi.
Comunque, gli furono assegnate due guardie, con il compito di non perderlo di vista durante tutta la sua permanenza del centro – le armi, del resto, ci erano già state requisite all'ingresso, secondo una consolidata prassi di sicurezza resa necessaria dopo che degli appartenenti ad un gruppo nemico (blasfemo come gli uomini continuino a volersi del male anche in una situazione di comune disgrazia e in spregio agli insegnamenti del Cristo!) si erano introdotti nella fortezza fingendosi bisognosi d'aiuto, arrecandovi numerosi danni.
La sera e la notte procedettero senza particolari intoppi. A cena, Kartoffen cominciò a discutere con la dottoressa (ma presto fu raggiunto da me e dal pagano, che non volevamo perderci informazioni sui morti), la quale era isolata e malvista dopo che la cattura dei due morti che stava analizzando era costata la vita a otto degli abitanti della fortezza. Il Capitano, invece, fece conoscenza con due americani come noi, che però oramai si sentivano di casa a Londra. Alla sera, Liza volle che vicino a lei non si sdraiasse Joe, ma qualcun altro: il Pagano fu lesto a cogliere l'invito.

La mattina seguente fummo introdotti nel laboratorio, dove due morti erano legati: una donna orrenda e sbavante, senza un braccio, legata al muro da quattro catene che cercava di staccare invano, e un altro crocefisso alla parete. Erano i soggetti degli studi della dottoressa, sino ad allora vani. Ma c'era qualcuno più eccezionale di loro: il dottor Pelegatti, il celeberrimo autore del Sine Requie! Egli aveva incontrato un gran numero di morti, compreso un Diabolicus in Spagna, che lo aveva contattato perché era stato raggiunto dalla sua fama. Chiedemmo ed ottenemmo di assistere all'incontro fra tre dei massimi conoscitori dei morti: il dottor Pelegatti (massimo esperto del Sanctum Imperium, dal quale era stato tuttavia esiliato perché il Papa – ecco l'antico oscurantismo cattolico! - aveva decretato che tutti i morti fossero uguali e non senzienti); Otto Kartoffen (depositario di molte conoscenze del Reich); la dottoressa Diana Selftidge (forse la miglior studiosa delle Terre Perdute).
Non avevamo che da apprendere, e forse l'umanità avrebbe avuto grandi vantaggi da questo incontro.

sabato 16 novembre 2013

Visita ai Four Ravens



Il viaggio alla volta di quel che resta di Londra, lasciato il castello dei sopravvissuti “appesantiti” di qualche utilissimo litro di carburante, procedette sotto la benevolenza del Signore, che non frappose ulteriori malignità da debellare.
Solo quando le rovine delle case si fecero più fitte, il Capitano ordinò maggiore prudenza, e rallentammo il procedere degli automezzi. Del resto, le strade erano sempre più sconnesse e ingombre di ostacoli, parte di quella natura che è facile attribuire alla semplice incuria, parte che (non poteva sfuggire all'occhio attento di un gruppo di veterani) erano stati senza dubbio posti ad arte, in modo da rallentare la corsa di visitatori indesiderati. Tutto, dunque, lasciava supporre che la zona fosse presidiata da umani, nella migliore delle ipotesi, da morti senzienti nella peggiore. Purtroppo, non c'era altra via verso la nostra meta.
Ad un certo punto, trovammo addirittura un carro armato, uno Sherman visibilmente in disuso – aveva perfino un cingolo staccato – che però volemmo egualmente ispezionare. Il Capitano mandò avanti il nostro carrista di fiducia, il disertore Kartoffen. Circostanza singolare per qualcuno che asseriva di essere stato un carrista, la sua stazza gli permetteva a stento di inserire la testa nella carlinga: di far passare le spalle non c'era modo. In effetti, era evidente che non avremmo trovato nulla, ma il Capitano aveva ordinato la missione per rendere chiaro che nessuno, oramai, credeva che Kartoffen fosse veramente chi asseriva di essere.

Procedemmo ancora un poco e, come previsto, ci trovammo circondati da un gruppo di militari con divisa inglese. Non sembravano avere cattive intenzione, così deponemmo le armi di buon grado. Solo in quel momento ci rendemmo conto che Joe e Liza erano spariti. Il Capitano chiese ed ottenne di cercarli, prima di raggiungere me e Kartoffen al rifugio dei sopravvissuti che avevamo incontrato. Arrivarono al centro poco dopo di noi, con Joe e Liza fra i quali doveva essere accaduto qualcosa di spiacevole, perché i cinguettii dei giorni precedenti avevano lasciato il luogo a musi lunghi. I più maliziosi ipotizzarono che lei avesse avuto una spiacevole sorpresa nel momento in cui si era trovata sola con lui, ma le spiegazioni plausibili erano molte.
Il centro nel quale ci trovavamo, che ospitava un centinaio di sopravvissuti, era una vera e propria fortezza, mirabilmente organizzata e splendidamente difendibile, al cui interno si trovavano orti, piccoli allevamenti, un refettorio, cucine, camerate...e laboratori.
Già, laboratori.

martedì 5 novembre 2013

Il segreto nelle segrete...



La scena che trovammo nelle segrete era orribile: le pareti erano tappezzate di simboli nazisti, per terra era tracciato con il gesso un simbolo esoterico al cui centro era legato il cadavere della prima bambina scomparsa nel castello, smembrata e ricucita con il filo di ferro. In quella sorta di tempio pagano erano presenti anche tre libri, probabilmente blasfemi anche se non ne intendevo il significato. Uno, in particolare, aveva pagine alternativamente bianche e nere: Kartoffen cominciò a trafficarvi, poi di colpo impietrì. Non so perché, ma il Pagano cominciò a vibrare di rabbia, quasi come quando aveva attaccato l’Atrox, ma si trattenne a stento dallo scannare il compare tedesco. Il Capitano fu pronto a strappare il libro dalle mani di Kartoffen, il quale poco dopo si riprese dalla trance, dichiarando di conoscere il colpevole di tutto.
A suo avviso si trattava del vecchio pazzo con il quale aveva conversato nel pomeriggio: la prova di quanto diceva avrebbe dovuto essere un numero tatuato sul petto del vecchio (cosa ciò provasse mi è ad oggi ignoto). Le guardie della comunità che ci avevano seguito non lo credevano, reputandolo un pazzo innocuo, ma accettarono di porgli qualche domanda: salimmo dunque ai dormitori, mentre il solo Joe restava a presidiare il sotterraneo.
Arrivammo al dormitorio ed il pazzo era lì, mentre nessuno mostrò di essersi accorto di una sua possibile precedente assenza. Alle prime domande di Kartoffen, il tizio ebbe una risposta inattesa: dichiarò “Io so chi sei tu”, e si dispiegò in tutta la sua altezza, che era davvero ragguardevole: ora non sembrava che un lontano parente del pazzo raggrinzito che avevamo visto in cortile. Gridò ancora di sapere chi fosse Kartoffen (avrebbe pure potuto avere il garbo di rivelarlo anche a noi) e provò a darsi alla macchia, ma non prima di aver sganciato una bomba a mano nel dormitorio. Per fortuna Kartoffen e il Pagano furono lesti, il primo a gettare l'ordigno fuori dalla finestra, il secondo a colpire con un preciso lancio di tomahawk la gamba del pazzo, il quale, ferito, rovinò giù da una finestra, verso l'esterno del castello.
Non speravamo per nulla che la caduta potesse averlo ucciso, così uscimmo alla sua ricerca: quando arrivammo sul posto, però, trovammo solo alcune tracce di sangue, che portavano verso il muro di cinta, finendo ad un certo punto come d'incanto. Era un altro passaggio segreto! Non era stato ben richiuso, ma mentre lo percorrevamo sentimmo una raffica di colpi, sventagliate di mitragliatrice: quando sbucammo nella segreta adattata a tempio, trovammo Joe che infieriva su quello che aveva tutti i requisiti per sembrare il pazzo, pur essendo oramai irriconoscibile. Joe sosteneva che prima gli avesse offerto ricompense in cambio di aiuto e alleanza, poi l'avesse minacciato. Disarmato, non aveva speranze contro Joe, benché si mostrasse convinto di poterlo sconfiggere. Invece, ora era ridotto ad un ammasso informe di carne.

Il mattino dopo, ottenuti cinque litri di benzina quali ringraziamento per il nostro intervento, ripartimmo. Anche se fu solo grazie ad un colpo di fortuna che non saltammo tutti in aria: nel girare la chiave, Kartoffen la ruppe, e così notò che qualcuno aveva messo dell'esplosivo al plastico collegato con l'accensione.
Joe ipotizzò che qualcuno potesse avere messo l'esplosivo mentre lui era intento ad inseguire il bimbo, ossia nell'unico momento in cui non sorvegliava la Jeep. A dire il vero, il nostro misterioso avversario avrebbe potuto agire anche mentre tutti inseguivano “fantasmi” o ispezionavano segrete. Joe stesso aveva controllato (da solo) la Jeep per la maggior parte del tempo, non sempre. E comunque lui si spostava in moto, non in Jeep, insieme alla bella Lisa.

sabato 26 ottobre 2013

Il mistero del castello...



Confidando in Colui che vigila sopra la nostre teste e senza il consenso del quale non cadono dodici passeri, nonché nella buona fede dei nostri ospiti, io andai a dormire sereno nella vecchia stalla in disuso che ci era stata assegnata, ma non tutti seguirono il mio esempio, procurandoci non pochi guai. Joe, con la sua mania per la Jeep, rimase sotto una tettoia, il mezzo in vista, mentre la pioggia scrosciava tutto attorno.
Credo che anche altri siano rimasti svegli perché quando, dopo un sonno troppo breve, ancora nel cuore della notte, fui svegliato da uno sparo, ero rimasto solo nella stanza. Mi affacciai alla porta, e subito capii che tutto era sotto controllo: in caso contrario, il Capitano non sarebbe stato tranquillamente in piedi in mezzo al cortiletto. Joe aveva appena mostrato tutto il suo eroismo quasi riuscendo nell'impresa di ammazzare un pericoloso bimbo con un colpo di mitraglia: la sua versione dei fatti era di aver visto un'ombra, di averla seguita e di averle sparato (secondo la sua versione accorgendosi appena in tempo che si trattava di un bambino, più probabilmente aveveva clamorosamente sbagliato mira), per poi vedere il misterioro (e basso) individuo scoppiare in lacrime dicendo fra i singhiozzi che voleva solo vedere da vicino un soldato americano.
Prima che la situazione potesse diventare imbarazzante, dato che era sopraggiunta anche la ronda armata della comunità, un fatto inquetante prese prepotentemente la scena: si udirono delle urla femminile, una risata sgraziata, ed ecco una luce che si muoveva apparendo e scomparendo dalle finestre del piano di mezzo.
Improvvisamente, sparì.
Tutti ci precipitammo sul posto, ma sembrava che il portatore del lume fosse sparito. Tutti, tutti avemmo la stessa intuizione: girando il lampadario sul muro esterno si apriva uno stretto passaggio segreto, che costeggiava il muro. Senza por tempo in mezzo, ci slanciammo dentro, uno alla volta; tutti tranne Kartoffern, che si trascinò a fatica nel corridoio, visto che, alto e robusto com'è, ci passava appena. Facemmo appena in tempo a vedere il lume balenare lontano.
Diversi altri ingressi al passaggio si susseguivano a intervalli irregolari, e Joe ebbe quasi modo di proseguire la sua crociata contro gli infanti: aprì, infatti, una porta che a suo avviso si trovava nel punto in cui era svanito il lume e, scoperto che dava su una stanza di donne e bambini, pensò subito che i colpevoli delle sparizioni e della “maledizione” del castello fossero questi ultimi. Chi altro, del resto, avrebbe potuto passare agevolmente per quell'angusto passaggio (nel quale noi stavamo camminando tranquillamente, peraltro...).
Riuscimmo a dissuaderlo dal fare giustizia sommaria e seguimmo ancora il percorso del passaggio segreto, che si concludeva su un'ampia scalinata di collegamento interna (non seguiva dunque il muro di cinta). Proprio alla fine del passaggio, però, si trovava una stretta scala a chiocciola che scendeva verso gli scantinati: non potevamo che calarci dabbasso.

venerdì 18 ottobre 2013

L'Old Sir Jonson



La mattina dopo ripartimmo, Joe e la fanciulla davanti (e pareva davvero che costei avesse rapidamente dimenticato il fidanzato morto) in moto, noi tutti dietro con la Jeep. A metà pomeriggio arrivammo in vista di un vecchio aeroporto militare, che perquisimmo meticolosamente senza però trovare altro che una vecchia carcassa di caccia, dalla quale riuscimmo comunque a ricavare un po' di carburante. Molto più utile fu l'auto nera che passò sulla strada vicina a noi, mentre stavamo compiendo le nostre ricerca: Lise la riconobbe, era una sorta di tassì corazzato che faceva la spola fra le varie comunità di sopravvissuti dell'Inghilterra meridionale, e che già aveva aiutato lei ed il suo moroso buonanima a spostarsi dopo il loro sbarco. I due conducenti furono molto gentili; con loro trattammo in modo da ricavare benzina in cambio dei fucili trovati nella casa dei cannibali, e in più ci regalarono un paio di informazioni: evitare Canterbury, dove si trovava una sorta di abominio composto da centinaia di cadaveri, e recarsi per la notte in una vicina comunità che si era insediata in un antico castello.
Li seguimmo entrambi, e del resto Lise aveva già trascorso qualche tempo con loro: erano organizzatissimi, considerati i tempi. Al nostro arrivo ne diedero prova, sgominando con un sistema di trappole, e senza rischi, un gruppo di morti che li stava attaccando. Furono ospitali: ci accolsero fra di loro e ci offrirono di condividere il loro cibo nella mensa comune. È meraviglioso trovare ospitalità e gentilezza in una terra così desolata. Solo Joe decise di non fidarsi e di rimanere a piantonare la Jeep, sicché la tenera Lisette gli portò un piatto di zuppa.
Notammo che erano, però, tristi e malinconici (e uno, storpio, in particolare era completamente pazzo: il Pagano e Kartoffen gli parlarono a lungo, immagino senza costrutto). Ne domandammo il motivo, e scoprimmo che una maledizione gravava, a loro avviso, sul castello.
Figuriamoci: su ogni castello inglese grava una maledizione, a sentir gli abitanti! Negli anni erano scomparse alcune donne e ragazzine, in seguito ritrovate morte, forse dopo qualche rito: l'ultima era stata, per esempio, una fanciulla scomparsa e ritrovata a mesi di distanza, legata ad un comignolo e appena uccisa (non era ancora rianimata). Francamente, sembra surreale parlare di maledizione quando ci sono morti redivivi ovunque, ma la questione sembrava turbare particolarmente gli abitanti.
Impartii una benedizione, recitai una preghiera e andammo a dormire.