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venerdì 14 giugno 2019

Il gran finale (La vendetta di Fra Novella)


La sera successiva, senza ulteriori intoppi, arrivammo a Valle Mosso, dove fummo accolti dal gentile Capitano Strippoli, che col suo piccolo gruppo di Crociati vigilava sulla sicurezza del villaggio. Egli ci raccontò che a Mosso Santa Maria (dove, secondo le nostre informazioni, si trovava il libro) viveva una piccola comunità di frati, che non avevano rapporti con il villaggio, salvo per il fatto che due di essi, regolarmente, scendevano in città a portare cibo per avere, quando possibile, libri e opere d’arte. Ci chiese inoltre del nostro viaggio e, saputo dell’attacco dei morti, chiese le condizioni dei cadaveri: da tempo, ci raccontò, non arrivavano più mercanti da oltre le Alpi, ma si trovavano morti vaganti e stritolati.
Dormimmo in una sala della locanda, questa volta senza necessità di turni. La mattina dopo, trovammo fratello Emilio in lacrime: una delle sue bambole era rotta, e lui la piangeva come una bambina dell’asilo. Non solo, farneticava sostenendo che la bambola fosse morta per difenderci dal male e insistette per seppellirla fuori dalle mura. Data la sua particolare condizione, lo concedemmo.
Finito lo strampalato rito funebre, ci avviammo verso Mosso Santa Maria. Non appena giungemmo in vista del posto, scorgemmo un frate incappucciato (come quelli del sogno!) che si ritirava rapidamente nella chiesa (uguale a quella del mio sogno!). Mentre ci avvicinavamo, le campane iniziarono a suonare a morto. Lisabetta o Lucrezia si offrì di andare in avanscoperta, ma poco dopo udimmo un urlo: era caduta in una trappola, alcuni spuntoni che si trovavano dietro a un muro di cinta che aveva provato a scavalcare per avvicinarsi alla Chiesa evitando l’ingresso principale. Dovemmo avvicinarci per strappare via Linda o Luisa (con suo grande dolore) da quei ferri arrugginiti: di fatto, sarebbe stata inutile per il combattimento.
La chiesa di Mosso Santa Maria si ergeva davanti a noi, imponente, senza finestre. Di fianco, si trovava il grande edificio del dormitorio del convento e un pugno di vecchie case: tutti edifici in evidente stato di abbandono. Ma dove dormivano i monaci? Avevano bisogno di dormire? Avremmo potuto affrontarli, senza dover sacrificare fratello Emilio (e chi altri?) per concedergli un regolare processo prima di buttarlo sul rogo?
Fu lo stesso fratello Emilio a risolvere (involontariamente) la situazione: propose di entrare, armi in pugno, nella sacrestia, purtroppo accompagnato da fratello Guglielmo, mentre noialtri saremmo entrati dalla porta principale della Chiesa. Voleva, insomma, replicare il piano messo in atto a None, quando era stato praticamente ucciso. Approvai con entusiasmo: se chi si trovava all’interno fosse stato un nemico alla nostra portata, saremmo intervenuti, ma se i due più forti guerrieri fra noi fossero stati uccisi subito, il patto del sogno sarebbe stato rispettato.
Dovetti solo chiedere a Don Ettore di attendere un momento per entrare dopo che i due Ospitalieri avevano forzato la porta della sacrestia e tutto accadde: udimmo un boato, come un’esplosione; quindi, le porte della chiesa si aprirono e, in terra, giaceva un libro. Il libro che cercavamo. Lo prendemmo e tornammo ad Augusta Taurinorum.

Il nostro eroismo, però, non fu premiato. La notte successiva al nostro ritorno, infatti, ci fu un incendio nella casa di Don Gerardo e il prelato vi arse vivo. Venne fuori che il documento di incarico papale con cui eravamo stati chiamati era un falso, che i libri che gli avevamo procurato servivano ad un rito blasfemo fallito forse perché una delle copie era incompleta o era stata manomessa. Io e Mauro potemmo godere di un periodo di penitenza e riflessione, per meditare sul nostro errore di ingenuità: Luana o Lidia fu degradata e Fanny radiata dal corpo degli excubitores, anche perché fu provato che era direttamente agli ordini di Don Gerardo, che riceveva da lei regolari rapporti senza passare per le vie ufficiali.
In tutto questo intrico, c’era una grande lezione di apprendere: alla fine, il volere di Dio era stato compiuto. I malvagi, come Don Gerardo e Fratello Emilio, erano stati puniti con la morte; i giusti, come Fratello Guglielmo, erano stati chiamati da Dio a godere del loro meritato premio attraverso la morte; nel frattempo, avevamo riparato ad alcuni torti e ingiustizie, come nel caso della casa infestata o negli intrighi di Vicus Novus.

Semper ad maiorem Dei gloriam.


giovedì 13 giugno 2019

Nel Biellese


Tornati da Barolo con il libro faticosamente ottenuto, ci fu giusto il tempo di una breve relazione e dovemmo ripartire alla volta di Biella, o più precisamente a Valle Mosso, ove si trovava l’ultima copia delle Nove Porte. Don Ettore volle accompagnarci, e noi lo accogliemmo volentieri: nonostante la sua equivoca specializzazione, mi pare un religioso affidabile. Per quasi cento chilometri di strada – strada accidentata e male curata – non vi erano villaggi o punti di riposo, sicché alla sera della prima giornata di viaggio fummo costretti ad accamparci, presso le rovine di un monastero, fiduciosi che lì l’occhio benevolo del Signore ci avrebbe protetto meglio che altrove. Come ulteriore precauzione, comunque, decidemmo di organizzare anche dei turni di guardia: “A coppie”, tenni a precisare. Che fratello Emilio avesse vegliato per tutta la notte su di noi per lasciarci dormire, al posto di guardia di Vicus Novus, non mi aveva mai convinto, sebbene non fossi mai riuscito a trovare prove della sua mancanza. Io mi addormentai quasi subito, sotto il controllo di fratello Emilio e, soprattutto, di fratello Guglielmo, che così poteva sorvegliare anche il suo ambiguo sottoposto.
Mi addormentai subito, ma non bene. Anzi, il mio fu un sonno tormentato: udii campane suonare, vidi una chiesa sconosciuta, dentro la quale dodici frati stavano avevano i volti coperti da cappucci, mentre il tredicesimo, con i piedi scalzi e decomposti, stava officiando una messa. Intorno, c’erano libri, cumuli di libri. Il tredicesimo frate si voltò verso di me, ed io caddi nel buio. Una voce roca mi disse: “Una vita per il libro, è il prezzo da pagare, altrimenti morirete tutti. A te la scelta, mandalo da noi”. Intravidi la porta di una sacrestia, poi mi svegliai, richiamato da urla di allarme.
Urla di allarme gridate dai due Ospitalieri, che quando mi svegliai del tutto si erano già lanciati contro quattro morti che, stranamente claudicanti, procedevano verso di noi. Non fidandomi troppo del valore delle nostre guardie del corpo, nonostante la gamba oramai gravemente compromessa dalla caduta dalle scale, sguainai la spada e zoppicai contro i morti, accompagnato da Don Ettore. In effetti, fratello Gugliemo aprì in due uno dei morti col suo expiator al primo colpo, ma fratello Emilio non riuscì a colpire con la stessa efficacia e si trovò un morto addosso. Io e Don Ettore colpimmo il cadavere con due colpi coordinati, staccandogli la testa dal corpo, ma non dall’elmo di fratello Emilio. Senza pensaci due volte, il sacrificabilissimo Ospitaliere si tolse l’elmo e lo scagliò con violenza contro fratello Guglielmo, gridandogli di colpirlo al volo. Ancora mi meraviglio dei riflessi fulminei con cui fratello Guglielmo sollevò l’expiator e tagliò in due sia la testa, sia l’elmo (che gli stava per arrivare in faccia).
In poco tempo, comunque, riuscimmo ad aver ragione di questi morti, che combattevano stranamente male anche perché, a quanto capimmo, erano completamente disarticolati: secondo il nostro “medico di campo per causa di forza maggiore”, ossia fratello Guglielmo, erano morti stritolati da una forza tremenda. Analizzando i documenti, alcuni dei quali palesemente falsi, scoprimmo che si trattava di mercanti tedeschi, o almeno di persone che si volevano far credere tali.
La notte proseguì senza ulteriori intoppi (sebbene nel mio turno di guardia fosse inquietante vedere fratello Emilio che – ai limiti fra l’eresia e la follia – dormiva attorniato da tutti i suoi pupazzi, che aveva singolarmente salutato, come se non sapesse che solo Dio può infondere l’alito della vita, e non un banale burattinaio.