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sabato 25 giugno 2022

La caduta del gigante

 Alla luce di questa fioca candela, tra le mura della mia cella, posso scrivere su questo diario gli accadimenti degli scorsi giorni senza paura di essere preso per pazzo o eretico.

Celestino mi aveva avvisato che nel mio cammino mi sarei imbattuto in fatti che non avrei potuto condividere neanche col mio padre confessore, e qui li vado a narrare per chi, un giorno, forse leggerà queste pagine.

La situazione fuori dalla città è già di per se disperata. Ludovico è ferito gravemente, Rocco sta un poco meglio, Vasco, Gaetano ed io siamo in forma, ma troppo pochi per assaltare una base con un numero imprecisato di banditi, l'unica speranza è che il livello intellettivo sia quello di Lollo, altrimenti siamo spacciati sia noi che Simoncino.
Elaboriamo un rapido piano. La città è parzialmente fortificata, sul retro ci sono costruzioni diroccate che permettono di avere una buona visuale sul portone e piazza antistante, lì si posizionerà Vasco col fucile. Gaetano e Ludovico interverranno sfondando il portone e facendo irruzione e portandoci via, sperando ci sia qualcosa da portar via... che Dio ci assista.
Rocco ed io accompagniamo Lollo al portone, mi assale l'ansia. È un piano terribile, siamo pochi e feriti e ci aspetta una trappola. Non esitiamo, non esitiamo mai quando sentiamo che Nostro Signore è con noi!
Lollo prende la parola a sorpresa, grida di farlo entrare, dice che siamo amici! Che lo stiamo riportando a casa!
Si affacciano una decina di uomini dalle mura, penso che sono tanti, troppi, ho un nodo alla gola e mi si stringe lo stomaco. Ma il Signore è con me e guiderà la mia lingua ed il mio braccio fino alla fine di questa storia.
Con tono amichevole dico che abbiamo portato Lollo a casa, e che forse da loro c'è un nostro amico, e gli propongo lo scambio. Si aprono le porte e siamo accolti come amici, con abbracci e grida festanti, ci ringraziano di aver portato sano e salvo Lollo a casa. Lo scambio però non possono deciderlo loro, dobbiamo parlare con "mamma".
Siamo fottuti! In trappola e con un rapporto di 15 a 1 ! E come se non bastasse, con la coda dell'occhio, Rocco ed io notiamo che sul fuoco sta rosolando un cadavere umano mentre in un recinto sono rinchiusi un uomo ed una donna nudi con indosso maschere animali.
Prima di avanzare tra sudiciume, uomini che avrebbero da imparare l'igiene dai caproni e lo schifo generale in cui queste bestie senza Dio vivono, decidono di disarmarci prima di condurci dalla "mamma". Per fortuna sono stupidi, e non ci tolgono le spade ( e a Rocco le granate)
Ci conducono in profondità nei sotterranei di quella che un tempo era una torre. Più si scende più la puzza, la claustrofobia ed il senso di essere un topo in trappola si fanno opprimenti.
Accediamo ad una stanza di grandi dimensioni in cui filtra la luce del sole da piccole aperture molto in alto. Al centro della stanza c'è una donna dalle fattezze abominevoli seduta su una specie di carrello che le consente di essere trasportata. È una morta, di quelle pericolose, di quelle di cui si nega l'esistenza, di quelle di cui non si parla nei rapporti ufficiali.
Trattenere i conati di vomito è impresa titanica, ma il peggio ha ancora da venire.
L'essere immondo sta cercando di sopraffare la mia mente, tutti questi poveri ebeti sono marionette nelle sue mani, i suoi servi, e quando il recinto è vuoto probabilmente i suoi pasti.
Mantengo il controllo, lo sforzo è sovrumano, perdo lucidità, non ho coscienza di ciò che accade realmente intorno a me, vedo Rocco che perde copiosamente sangue dal naso! Sta male! Spero resista.
Il Signore guida le mie parole, mantengo la calma e propongo lo scambio, lei perde tempo, ci invita a rimanere, trovo scuse, le parole mi escono con la dolcezza di un rivolo d'acqua che solca la campagna. Rocco vacilla, la mano va all'elsa della spada, lo blocco! Sta male! Io sto male! Sono al limite!
Non so, sverro', vomitero' o mi sbaglierò sulla morta! Signore Aiutami!
Ed il Signore guida ancora le mie parole, la trattativa continuerà nel cortile, forse abbiamo ancora una speranza, non fosse almeno quella di morire come un sorcio tra merda e pezzi di cadaveri, mangiato da quell'essere ripugnante.
Usciamo, il senso di stordimento è ancora forte, la paura si è diffusa come incenso in chiesa, ci avvolge, non credo di aver mai sentito un senso di oppressione così pesante.
Tutti i presenti si mettono tra noi, la porta e la "mamma". Ora si che siamo fregati!
Rocco ha la lucidità di tentare di liberare Simoncino, lo vedo, mi passa una granata, ormai siamo in ballo, balliamo!
Vasco spara! Colpisce del carburante che detona creando confusione e scompiglio! Poi un secondo colpo, è quello che avvisa Gaetano!
Lancio la granata che a mezz'aria si ferma, torna indietro per cadere dentro la maschera che Simoncino si era appena levato. Esplode!
Rocco e Simone vengono investiti dalla deflagrazione, Simoncino muore sul colpo, Rocco è parzialmente riparato dall'armatura che limita i danni, ma la situazione è disperata. Fugge cercando di guadagnare l'angolo dell'edificio adiacente. È l'ultima volta che lo vedrò vivo, ed ora come non mai mi struggo di aver pensato di lui fosse un vigliacco

Il compito di Dio è quello di giudicare le anime, il mio è quello di fornirgliele!

Mi lancio nella mischia, solo!
In sottofondo grida, imprecazioni, sangue ed i colpi di Vasco che come un orologio segnano la fine di molti banditi!
Mi faccio largo a colpi di spada! Sfondo crani, lacero carni, mutilo uomini fino a trovarmi davanti la mamma!
La vedo, fa schifo, credo che anche il Diavolo l'abbia vomitata in questo angolo di mondo per non vederla mai più!
Il cranio spezzato da cui vedo parte del cervello, è opera di Vasco, credo sia riuscita abbellirla nonostante tutto!
Mi ci avvento contro con l'unico scopo di obliterare quell'abominio dal mondo. Il fendente si ferma, il mio braccio si ferma. È lei che mi ferma!
Non resisto, fuggo!
Un terrore primordiale mi attanaglia la mente. Sono confuso, cosa succede? Sono ancora vivo?
Si! Sono vivo! Ritorno parzialmente in me.
Guidato dall'istinto corro verso il mio expiator.
La mamma è stata fatta a pezzi, da cosa ancora non so. Gaetano sgomma nel cortile col camion mentre Ludovico spara alla cieca facendo una grandissima confusione ma pochissimi morti.
Un cingolato è contro un muro, acceso. I banditi fuggono, imprecano e non sanno cosa fare dopo essere stati liberati dal giogo della mamma.
Grido! Grido a squarciagola di occuparci dei morti, anche ai banditi! Se ritornano è la fine!
Cominciamo a fare a pezzi tutti i cadaveri, finché non ritroviamo Rocco. È sul cingolato.
Ora capisco, la sua fuga aveva lo scopo di prendere il controllo del mezzo, e così ha fatto. È stato lui che col suo ultimo respiro ha travolto e dilaniato la morta, rimettendoci la vita e salvando la nostra!
Non si è ancora risvegliato, per la prima volta non me la sento di calare "Libera nos a malo" su un cadavere, non sul suo. Non merita di andare via così!
In accordo coi miei fratelli decidiamo di imbottirlo con i suoi amati esplosivi e lo facciamo brillare! Così merita di andare Rocco! Con luce, fuoco ed un boato che si senta fino in Paradiso! Arriva Rocco mio Signore, abbilo in gloria che lo merita!

Sul rapporto ufficiale abbiamo convenuto di comunicare che la "mamma" era una donna di grande abilità comunicativa che con l'aiuto di erbe dalle facoltà psicotrope aveva preso il controllo di questa comunità di banditi. Fratello Simoncino al nostro arrivo era già stato ucciso e mangiato, e nel tentativo di annientare i banditi, fratello Rocco

era caduto con onore.

Questo e ciò che è successo, Dio mi è testimone.

Ed ora anche voi!

F.F.

lunedì 20 giugno 2022

Se sono vedove c'è un motivo

 

Siamo da poco giunti alla chiesa, cerchiamo di nascondere il camion nella parte posteriore dell’edificio e urtiamo il campanile facendolo crollare una parte. Fratello Vasco si era appostato sulla sua sommità come vedetta. Aveva appena scorto in lontananza venire verso di noi un blindato tedesco con una bandiera francese. Cerca di scendere per avvisarci, ma l’urto del camion ha fatto crollare le scale e quindi decide di lanciarsi , fortunatamente senza farsi nulla.

Decidiamo velocemente un piano, non sappiamo, se chi sta arrivando sia nemico o amico. Io, fratello Ludovico e fratello Gaetano stiamo con il nostro prigioniero di nome Lollo all’interno delle chiesa e lo teniamo d’occhio dicendogli di stare in silenzio. Fratello Furio si apposta dietro la porta e fratello Vasco, il nostro cecchino si mimetizza in una boscaglia poco vicina per coprirci in caso di attacco.

Il blindato si ferma davanti la chiesa, capiamo di essere stati scoperti e usciamo lasciando Lollo dentro. Dal blindato escono un gruppo di donne armate fino ai denti accompagnate da un inquisitore. A questo punto anche fratello Vasco esce allo scoperto e dopo un po’ di fraintendimenti ci presentiamo.

Disegno di Daniela Giubellini

Il gruppo di donne è formato da cacciatrici di morti rimaste vedove, da qui prendono il loro nome di “LE VEDOVE” e sono accompagnate da uomini di chiesa, dicono di stare cercando tre uomini, che si fanno chiamare gli arcangeli. Io essendo templare e quindi uomo di chiesa, ritengo che potrei avere un certo ascendente su qualcuna di loro. Sono infatti molto affascinanti, soprattutto la loro capo squadra. Su di lei volgo la mia attenzione, e dopo un sorriso e uno sguardo ammiccante mi trovo il suo fucile puntato in fronte. Immagino ora, che non gradisse le avances…

La situazione sembra volgersi al peggio per noi, ma soprattutto per me. Fratello Furio con grandi doti da mediatore riesce a tranquillizzare le acque e regalando un po’ del materiale trovato nella base tedesca riusciamo e soprattutto riesco ad avere salva la vita.

Visto il carattere, sicuramente i loro mariti se la sono vista brutta quando erano in vita.

Riusciamo ad avere anche qualche informazione delle Cicale e scopriamo, che dobbiamo dirigerci a Carcasson.

Le donne decido di ripartire e noi passiamo la notte alla chiesa, per riprendere la nostra missione alle prime luci dell’alba, dopo la preghiera.

domenica 23 ottobre 2011

Verso Ravenna


È davvero meraviglioso riempirsi gli occhi con le manifestazioni di Fede che naturalmente emanano dal popolo non appena viene estirpata l'eresia! Quale prova migliore di come i cuori degli uomini siano naturaliter cristiani cattolici, se non vengono deviati e oppressi dalla falsa dottrina?
Così, non appena avemmo concluso il nostro sacro dovere con Don Avati ed i suoi accoliti, fummo circondati da tutti gli abitanti di S. Ezechiele tranne una (che aveva voluto ringraziare in particolare con Vent-Otto, alla maniera dei peccatori), e, festanti, si unirono a noi per una messa notturna, di quattro ore, che volli celebrare io stesso. La prima consacrata dopo anni. Quei volti, così commossi all'udir parlare di giustizia Divina, avevano qualcosa di soave, di meraviglioso. Il loro pentimento appariva così puro che abbandonai ogni proposito di soffermarmi ad indagare se ci fosse qualcuno da condannare al rogo, anche perché maggiori impegni ci chiamavano altrove, a Ravenna.

Il popolino avrebbe voluto trattenerci, mi offrì di rimanere come loro curato , e lo esprimeva in ogni modo, con suppliche, ma sta scritto che i servi del Signore non devono fermarsi mai in un luogo più del necessario ad adempiere la missione che è stata loro assegnata. Così sfuggiamo i rischi della vanagloria, perché nell'esaltazione sarebbe troppo facile dimenticare che siamo solo polvere, e polvere ritorneremo (anche ora).
Dovemmo quindi rifiutare, e ci rimettemmo in marcia verso Ravenna, con la promessa di inviar loro un prete conforme alla purezza dei loro animi.

La strada non era né bella, né comoda, anche a causa delle recenti piogge, ma appariva relativamente sicura, e così fu sino a sera, quando riparammo in un avamposto del dazio, per una sera tranquilla e non priva delle piccole soddisfazioni che allietano i giusti. Il luogo era custodito da alte mura, un pugno di uomini e da Don Ballinzoni, un buon uomo, che nonostante fosse forse troppo liberale (inorridii quasi al sapere che l'uomo che, per aver bestemmiato durante una partita a carte, era appeso quale monito nella Gabbia del Pentimento per alcuni giorni pasteggiava quotidianamente con pane e acqua), riusciva a mantenere un contegno decente perfino nella taverna. Qui io e Fratello Celestino chiacchierammo con alcuni avventori, mentre Fratello Gioacchino e Vent-Otto si ritirarono in camera. Considerato che l'oste aveva una figliola, ho guardato a tale scelta del nostro Germano come un indizio che il Signore, forse anche accompagnandolo con pii sodali, gli avesse toccato il cuore.
Fratello Celestino parò per un po' con un sedicente tenente americano, cacciatore di morti fuoriuscito dalla temibile banda del Generale Moore a causa di dissidi con i troppo brutali e poco onorevoli modi del suo capo; io scambiai alcune parole con un mercante itinerante, ma non ne carpii alcuna informazione utile, salvo che anche l'Illustre Inquisitore Claudio Maria Tandrelli (Frate Ruina) si aggirava in quelle zone.

Al mattino, riprendemmo il  nostro viaggio per Ravenna, e vedemmo con mano quanto ricca d'insidie sia la vita dell'uomo, che anche quando si sente sicuro può essere toccato dalla sorte, e quindi non deve mai indugiare nel peccato, ma sempre essere vigile come una vergine che, con la lampada, attende la sposa.
Due morti stavano percuotendo la porta di un carro scarlatto, semirovesciato sul ciglio della strada. I cavalli giacevano in terra, già dilaniati. Senza porre tempo in mezzo, ci lanciammo in soccorso dei vivi che, evidentemente, si trovavano all'interno del veicolo. Vent-Otto era così desideroso di mostrare la superiorità del suo fucile, che dimentico di non essere un buon cavaliere sparò un colpo che, oltre ad andare a vuoto, compromesse seriamente la sua stabilità, e solo per buona sorte non ruzzolò nel fango.
Nel frattempo, io e Fratello Celestino eravamo giunti corpo a corpo. La carica del Templare fu devastante, in pochi secondi rese inoffensivo un Morto, mentre io faticai un po' di più nello sbarazzarmi del mio (del resto i Templari sono il braccio armato di S. Madre Chiesa, noi Inquisitori abbiamo il compito di indicare la retta via), anche per via delle pallottole di Vent-Otto che fischiavano intorno, fortunatamente senza colpirmi, e di ciò ringrazio Iddio, perché pretendere che colpissero addirittura il mio avversario sarebbe stato troppo, a meno che Santa Barbara stessa non le avesse guidate.
Appena fu tutto finito, dal carro emersero un teatrante e suo figlio, colmi di gratitudine. Il teatrante era anche un ottimo artigiano delle maschere, e per sdebitarsi riparò la maschera demoniaca che i miei compagni di strada avevano trovato rovinata. Purtroppo, non seppe dirci nulla che già non sapessimo su di essa.
Ci accompagnammo sino a Ravenna, dove ci separammo: il teatrante si indirizzò da suo padre, che lì risiedeva, noi ci indirizzammo alla Rocca templare, dove Fratello Celestino fu accolto con ogni onore, mentre Vent-Otto in quanto peccatore, ed io in quanto Inquisitore, fummo relegati in una casupola esterna.
Da una parte il mio cuore fremeva d'ira per l'arroganza dei Templari, che scioccamente perseguono la divisione fra coloro che dovrebbero essere fratelli in Fede, come se la lotta contro il Male che alberga nel mondo potesse essere condotto da loro soli, e non da tutti gli uomini pii e di buona volontà assieme. Ma, dall'altra, capivo i loro cuori accecati dall'orgoglio e dai pregiudizi contro gli Inquisitori, che troppo instancabilmente predicano e indicano e all'occorrenza impongono financo con il fuoco la via della virtù, e sta scritto che i servitori di Cristo saranno odiati a causa del Suo Nome.
Ma, quando oramai la sera era già calata, comparve fra noi, nella casupola, portando un gran vassoio di cibo, Fretello Celestino.
La Fede unifica e fortifica i virtuosi, oltre i simboli che recano sul petto.
C'è speranza.

domenica 16 ottobre 2011

La vera gloria è di chi si fa servo, non di chi si esalta...


Appena arrivato a S. Ezechiele, subii la prima Tentazione del Demonio: davanti a me un uomo giaceva appena squartato in molti pezzi, chiaramente subito dopo la morte. Era stato un templare, come era evidente dalle insegne sulle sue membra, e anzi un uomo di straordinario eroismo, purezza, fede e rettitudine, perché io lo riconobbi subito dalla testa ancora intatta, quella di Fratello Ariosto “Granbrace”, di cui si dicevano mirabilie.
Era incredibile pensare che un uomo di un tale valore avesse potuto soccombere, ed infatti più tardi appresi che non era morto in un combattimento leale, ma attraverso il più ignobile dei sotterfugi, l'avvelenamento.
Ora, però, mentre l'anima l'aveva lasciato, a raccogliere la giusta mercede dei suoi atti preclari nel più alto Empireo, il corpo era rimasto qui, scosso dalla maledizione, alla mercé del Demonio, che infatti si era impossessato di lui e gli faceva proferire parole di apparente innocenza, come di un vivo, nel tentativo di condurmi nell'inganno blasfemo che molti eretici propugnano, riguardo all'esistenza di morti consapevoli, nonostante gli anatemi e i pronunziamenti di Santa Madre Chiesa Cattolica.
Provvidi immediatamente a ridurre la povera testa in brani incapaci di proferir verbo, affinché menti più semplici e meno salde nella Fede della mia non fossero tratte in inganno. Poi, mentalmente recitai una preghiera per l'anima dello sventurato: a volte i disegni del Signore sono davvero imperscrutabili ai nostri miseri occhi mortali. Perché, ad esempio, non aveva preso quel peccatore, quello scellerato di Vent-Otto? Forse per punire i mortali e aiutarli, tramite la sofferenza, a meglio guadagnarsi il Regno dei Cieli?
Le condizioni del corpo mi portarono immediatamente ad intuire che i compagni del povero Granbrace non potevano essere lontani, forse proprio in quell'antico convento diroccato che vedevo poco oltre...ma prima che potessi interrogarmi troppo, fui quasi colpito da un proiettile sparato da qualche essere blasfemo, che si faceva beffe dei Sacri Segni che porto su di me come solo i più ignobili possono. In effetti, aveva sparato Vent-Otto, ma i suoi compari lo ridussero presto a più miti consigli, e fu un bene, giacché avevo una missione che mi riconduceva a loro: Frate Ardizzone mi aveva incaricato di portare una missiva a colui che si faceva chiamare Fratello Gioacchino: gliela consegnai non appena gli altri si furono distratti.
I buoni uffici dei due, veri o presunti, uomini di Chiesa valsero insieme al rispetto che incutevano il mio ruolo ed il nome onorato del mio patrono ad aggregarmi alla compagnia per ispezionare le sale dell'antico convento, nel quale incontrammo la blasfemia e l'orrore.
La blasfemia era nel libro Pseudomonarchia dei Demoni, ma siccome Dio ama instillare la sapienza anche nei luoghi più inattesi, fu attraverso di tale tomo che potemmo decifrare una lettera antica, scoprendo gli atti con cui si riconoscono gli Adoratori del Demonio, e il luogo e la data del loro blasfemissimo rito: a Ravenna, a San Renato avrebbero accolto un nuovo discepolo.
L'orrore era in un Morto, un pittore che ancora compulsivamente dipingeva prendendo ispirazione da un cadavere decapitato e oscenamente incatenato ad una croce. Il Morto era stato un pittore della zona, tale Nicola castiglioni, trapassato nel 1945, come mi rivelarono i miei nuovi compagni, e che aveva riempito il paese delle sue orride tele. Dalla morte, evidentemente non faceva che dipingere e ripetere: “Sono belli i miei colori”. Ma dovevamo ancora scoprire il peggio, una scena così orrida da far rabbrividire perfino me, che sono stato capace di assistere al rogo e alla tortura di coloro che consideravo amici, ma si erano rivelati eretici, senza battere ciglio. Decine di Morti decapitati erano incatenati in una stanza: i soggetti del pittore.
Quando ci allontanammo dal convento, tutti i Morti erano ridotti a brandelli.

Forse i peggiori, però, erano i vivi. Vivi che avevano potuto concepire l'infame progetto di avvelenare un uomo come Granbrace: dovevano essere punti.
Attendemmo il favore delle tenebre per scivolare in paese. Le luci della Chiesa erano accese: confidando di non essere ancora noto ai peccatori che vi si riunivano, entrai. Il prete stava accarezzando un bimbo ritardato con un pugnale, certo per qualche rito immondo. Lanciai i miei anatemi, ma egli non sembrava volersi piegare nemmeno di fronte alla Santa Inquisizione(Santissima direi io, ndr). Mi gettai verso di lui, proiettili dei suoi accoliti mi saettavano vicino senza poter scalfire la corazza della mia Fede, in un attimo fui sul prete, lo segai in due con il mio Requiem, in modo che non potesse nuocere né da vivo, né da morto. Quando mi voltai, vidi gli accoliti riversi in terra, uccisi, ma uno, Armando, il più grosso, si stava già rialzando, con un ghigno demoniaco. Mi lanciai contro di lui, e ancora una volta la mia Fede ebbe la meglio sul Male.
Lo facemmo a brani perché non potesse più nuocere, mentre Vent-Otto, che dal mio arrivo avevo visto solo sparare addosso a un uomo di Chiesa come me e nascondersi nelle retrovie, era già fuori a ricevere le acclamazioni dei paesani e – Dio mi perdoni – specialmente delle paesane. Ma è scritto che la vera gloria è di chi si fa servo, non di chi si esalta, che presto sarà perduto.
Ci acclamavano perché Don Avati teneva da anni in scacco la popolazione, in combutta con i suoi accoliti, nutrendo con la carne dei viandanti avvelenati e di chi osava sollevare la testa la sorella (l'orrenda strega che aveva ferito Granbrace prima che il veleno lo uccidesse) e il pittore.
Un altro piccolo angolo di orrore era stato mondato grazie all'abnegazione della Santa Madre Chiesa, ma dovevamo ancora affrontare il peggio.
E, per me, ci sarebbe stato anche da indagare sull'eresia che serpeggiava nel nostro stesso gruppo: non riconobbi la voce, ma quando Armando si era risvegliato avevo distintamente udito qualcuno, qualcuno dei nostri, definirlo un Diabolicus. (ma la chiesa dice che non esistono morti intelligenti, ndr)

mercoledì 12 ottobre 2011

Il convento oltre il fiume


Dal diario di Frate Joaquin...


Nella boscaglia, oltre il fiume, c'è un convento... Dentro il convento, una pietra dell'altare si muove... Ora sono sott'acqua, mi manca il fiato. Cerco di risalire in superficie, ma dannazione qualcosa mi trattiene e anzi mi tira giù verso il fondo! ...oh mio Dio, ma sono i miei compagni...Morti!!!

Un altro dei miei incubi... Ormai li ho quasi ogni notte e quel che è peggio è che non posso sapere in anticipo se si avvereranno ancora, com'è successo con la trappola della casa in fiamme a Firenze, o se si tratta soltanto del parto malato di una mente delirante.
Questi non sono i pensieri di un prete, osserverebbe un ipotetico lettore. Già... Ormai anche i miei compagni sembrano essersene accorti. E le mie uscite vaghe e sibilline sui pericoli che dovrebbero attendere il gruppo, non aiutano certo a dissipare i loro dubbi sul mio conto. Ma se Dio vuole non ci sarà alcun lettore e queste righe rimarranno solo per i miei occhi; quindi posso lasciar perdere le finzioni, smettere i panni di frate ed essere finalmente me stesso, almeno su questo pezzo di carta.
Dopo una notte di incubi e insonnia, mi alzo e sono pronto a proseguire il cammino con i miei compagni. Lasciamo la banda sgangherata di King (se quella di King è sgangerata, la vostra allora com'è? ndr): rimarranno a Sant'Elisa ancora qualche giorno, ad aspettare che arrivi la ricompensa per aver ripulito la cittadina dai Morti. I Cacciatori di Morti non sono il massimo per me, ma questi ragazzi sono stati una manna dal cielo: senza di loro, probabilmente a quest'ora saremmo anche noi cadaveri putrescenti, che marciano senza riposo alla ricerca di carne umana.
Dopo alcune ore raggiungiamo S. Ezechiele. È un paese non troppo grande, ai piedi di un pendio e per un lungo tratto circondato da un fiume. Gli abitanti ci scrutano da lontano con diffidenza, ma considerato il mondo dimenticato da Dio in cui ci troviamo a vivere, meglio vedere un vivo poco cordiale che non si avvicina per salutarti, anziché un Morto famelico che ti si avventa contro per sbranarti.
Il primo a rivolgerci la parola è un bambino ritardato, che ci sciorina un'inquietante filastrocca su un fiume e una strega. L'unico ad avere un valido motivo per esserne scosso sarei io, visto il sogno che ho fatto la scorsa notte, ma anche sugli altri la cantilena sortisce un certo effetto e sbianchiamo tutti: tutti tranne l'imperturbabile Celestino, ovviamente, che ci scuote “delicatamente”, ricordandoci implicitamente che, se proprio vogliamo un motivo valido per spaventarci, lui è sempre disponibile.
In seguito, facciamo la conoscenza di Don Avati, il parroco del paese, che ci accoglie con disponibilità, non fa troppe domande e provvede pure a trovarci un riparo dignitoso per la notte: niente male 'sto prete! Ci sistemiamo nella casa disabitata di un pittore ormai defunto, che doveva avere una spiccata predilezione per le decapitazioni: alle pareti notiamo infatti molti suoi quadri di gente con la testa tagliata, più un quadro che rappresenta la cittadina di S. Ezechiele, a cui è stato strappato un angolo. Dopo esserci dati una ripulita, Granbrace, Celestino ed io presenziamo alla messa di Don Avati, mentre Otto si fa un giro in paese; quando lo rivediamo ci racconta di essersi accordato con un uomo che gli ha fatto intendere di avere importanti rivelazioni da farci e che ci vuole incontrare nottetempo al fienile del paese.
Siccome non abbiamo altre piste da seguire accettiamo e a mezzanotte usciamo di soppiatto, evitiamo i probi viri di ronda ed eccoci. Attendiamo diverso tempo ma il nostro uomo non si fa vivo e l'espressione è davvero calzante: il giorno dopo ce lo ritroviamo a spasso per il paese in qualità di Morto simplex! Subito Otto ne fa una poltiglia con il suo carcano, rendendo vani i miei tentativi successivi di comprendere la causa del decesso.
Alla messa di quel giorno – che Celestino aveva proposto sarcasticamente di farmi officiare, palesandomi ancora una volta quanto ormai la mia copertura da frate sia ridotta a brandelli – Don Avati ricorda il nostro defunto contatto. Dopo la messa, Otto e Granbrace si recano all'emporio del paese per cercare qualche nuova pista da seguire e ne rimediano un foglietto della spesa con su scritte cose costose e difficili da reperire, come della stoffa particolare, tele, pennelli, tempere, roba da pittore insomma. Poiché questo al momento non ci porta a nulla, decidiamo di andare a esplorare quella zona del paese che nel dipinto in casa del pittore era stata rimossa. In verità, si tratta di una zona poco fuori dal paese, che raggiungiamo in pochi minuti di cammino. Arriviamo in riva al fiume che costeggia il territorio e mentre ci avviciniamo vediamo che, dall'altro lato del fiume, oltre gli alberi, c'è un convento che sembra abbandonato. Proprio dove siamo giunti è legata una scialuppa, pronta per attraversare il fiume.
Subito mi torna alla mente l'incubo e un brivido freddo mi corre lungo la schiena. Cerco di avvertire i miei compagni, accennando confusamente al fatto che ho un brutto presentimento su questo fiume. Stranamente vengo ascoltato, anche perché la filastrocca del bambino sul fiume e la strega ha spaventato anche loro: per prudenza decidiamo di attraversare il fiume due a due e i templari si tolgono l'armatura, per non andare a fondo in caso finiscano in acqua. I primi ad attraversare siamo io e Granbrace: tutto fila liscio e quasi gli altri sono già pronti a deridere i miei timori. Ma proprio mentre Celestino e Otto sono a metà della traversata, di colpo la barchetta viene sollevata da una forza misteriosa e i due finiscono nelle gelide acque del fiume. Subito Granbrace ed io lanciamo una corda in direzione dei nostri compagni: Celestino riemerge quasi subito, ma sembra che Otto sia trattenuto in profondità da qualcosa o qualcuno... Celestino si immerge di nuovo per recuperare il Cacciatore di Morti e dopo poco torna in superficie trionfante e acchiappa la corda. Tirarli fuori non è facile, ma con uno sforzo sovrumano mi avvolgo la corda intorno al braccio sano e tiro con tutte le mie forze, così da riportarli all'asciutto. Ma non è finita, perché dall'acqua emerge il responsabile del bagno fuori programma: è un Morto Atrox e non ha intenzione di darcela vinta tanto facilmente! Si avventa contro di noi e ferisce Granbrace, ancora privo dell'armatura. La mia pistola colpisce alla testa il Morto, ma non è sufficiente e lo stesso vale per l'expiator di Granbrace; è fratello Celestino a dare il colpo risolutivo, aprendo la strega del fiume da parte a parte.
Dopo la battaglia ci guardiamo intorno ansanti, mentre io presto le prime cure a Otto che è svenuto e rischia l'ipotermia. Siamo riusciti ancora una volta a sfatare le visioni dei miei incubi, ma cosa ci aspetterà in quel convento oltre gli alberi?